Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* LA LINGUA SICILIANA TRA PASSATO E FUTURO di Concetta Lanza Greco

Lions Club Catania Stesicoro Centrum Presidente: Giuseppe Tomasello

Formatasi anche grazie ai contributi lessicali dei numerosi popoli che hanno abitato la nostra terra, la lingua siciliana è una continua e vivente testimonianza dell’affascinante Storia di quest’«Isola da amare» che come un filo invisibile lega il passato al presente e si proietta nel futuro. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Quale lingua si parlò per prima in Sicilia? Diverse e suggestive le ipotesi a cui uno storico qualificato come Rosario Romeo nella sua “Storia di Sicilia”, utilizzando le preziose ricerche di Biagio Pace sulle popolazioni primitive, ha dato risposta sostenendo la precedenza di una lingua sicano-sicula, prima della venuta dei Greci, attestata da iscrizioni indecifrabili, ma non per questo meno importanti, per significare l’affiliazione al ceppo indoeuropeo del linguaggio “antenato” del dialetto.

Inoltre uno dei massimi linguisti del Novecento, il francese Antoine Meillet, a proposito delle interferenze tra le lingue e della loro commistione, ha scritto che gran parte del vocabolario di ciascuna lingua è spesso il prodotto di influenze straniere, popolari e colte: ad esempio l’antica colonizzazione egea ci ha dato i nomi dell’olio, del vino, della rosa; la sottigliezza greca la parola macchina e così via nelle varie lingue indoeuropee; ebbene la Sicilia era già “trilingue” nell’antichità, come sostiene lo storico Santi Correnti, che per anni ha difeso la tesi di una dimensione tutta popolare della sua storia prima dell’Unità d’Italia (ben più complessa di quella degli altri regni che costituivano la mappa italiana) ed in parallelo ad essa lo sviluppo di una lingua, non certo un dialetto. Questo termine infatti parrebbe riduttivo a chi si accosti alla vastità e ricchezza del patrimonio linguistico popolare, ma anche dotto e letterario, che conserviamo malgrado gli eventi calamitosi, terremoti, guerre, eruzioni.

Nel blocco dei dialetti italiani, lo stesso Tullio De Mauro distingue almeno tre nuclei: il settentrionale o gallo-italico; il gruppo toscano dei dialetti di transizione e il gruppo centro-meridionale (con sardo e ladino fenomeni linguistici minori e diversi) e conferma fuor di dubbio che il siciliano è la lingua più ricca sia di componenti glottologiche che di radici semantiche multiformi, dove l’elemento arabo, dopo la colonizzazione greca e latina, fu fondamentale per la sua trasformazione col prevalere di suoni gutturali e di tanti termini riferiti all’agricoltura e ai sistemi di irrigazione, come saja, gebbia, zenia, o alle culture (margi, zagara, il fiore degli aranci) o alle fortificazioni (cala, catta) da cui sono derivati tanti toponimi fino al più famoso per noi catanesi, il Mongibello (Mons-gebel) o Monte dei Monti.

Gli Arabi occuparono la Sicilia fino al 1060, ma il greco antico e il latino continuarono ad essere scritti e parlati, anche nell’età degli Svevi, e confluirono in quella lingua che è la base del dialetto siciliano, tramandato sin dall’età normanna nelle forme della letteratura popolare (canti anonimi, strambotti, proverbi, ecc.), oltre che nella dotta poesia cortese fiorita intorno a Federico II). I poeti della scuola siciliana usano un “volgare” di base siciliana, con contaminazioni dell’area meridionale, adottando il modello della lirica provenzale del “fino amore” con un fascino più terreno e sensuale, e un’alternanza di nuove tecniche formali, tra cui: il sonetto, creato da Giacomo da Lentini detto il Notaro; la canzone in ottava “siciliana” divisa in stanze di endecasillabi e settenari; la canzonetta o ballatella con parti dialogiche; infine il famoso “Contrasto tra amante e Madonna”, attribuito a Cielo d’Alcamo, destinato forse alla recita a corte e nelle piazze. Il Canzoniere Vaticano 3793 è la fonte che ci ha permesso di conoscere i testi dei poeti della scuola, sia pure per opera di trascrittori toscani: dallo stesso Federico e dai figli, al Notaro, a Rinaldo d’Aquino, a Guido delle Colonne; da Iacopo Mostacci messinese a Percivalle Doria, a Folchetto di Calabria, a Pier della Vigna di Capua.

Volendo storicizzare il problema della lingua siciliana delle origini si può dunque affermare che la sostanza lessicale del dialetto è tardo latina, con numerosi apporti di elementi arabi (ancora qualche esempio come Regalbuto, Realmonte, Ragalna); voci greche (Adernò) e bizantine (naca, sèchila, cannata), normanne (truscia, custureri), influssi francesi (ammuarru, buffetta) e spagnoli, come lo studioso di linguistica Pietro Gulino ha brillantemente dimostrato a proposito del termine “zaurddu” (zotico); fino ai nostri giorni, con gli americanismi bossu, giobba, rifluiti con l’emigrazione e purtroppo con il gergo particolare della mafia, usato nei “pizzini” a “baccagghiu” cioè con un doppio senso.

Nell’isola, dopo la cacciata degli Arabi favorita dalla politica accentratrice degli Svevi che postularono una comunione linguistica non solo su base dotta ma popolare, nasce un’autonomia intellettuale “laica”, il cui centro sarà la Magna Curia; anzi nell’isola dopo il trattato di Caltabellotta, che distacca per secoli la società siciliana dalla vita italiana, mentre la classe dominante toscaneggia e userà spagnolo e francese, il dialetto continuerà a vivere e a prosperare non solo come espressione del popolo, ma dal XII secolo al Quattrocento, come una vera e propria lingua del tutto autonoma. Questa tesi già dichiarata da Bruno Migliorini nella sua “Storia della lingua italiana” (1951) è stata ancora sostenuta da Giorgio Santangelo dell’Università di Palermo, il quale riportando i giudizi del Petrarca nel prologo delle “Epistulae familiares” e nel IV capitolo del “Trionfo d’amore” ha così affermato: “Agli albori del nostro primo Rinascimento, la Sicilia foggiò una lingua che fu la prima voce dell’unità culturale italiana”, rinforzando il giudizio dato da Dante nel “De Vulgari Eloquentia” che considerava “nobile e curiale” la lingua della scuola poetica siciliana, prima espressione di un poetare “gentile”, formatasi per il particolare contesto sociale e i contributi di dominazioni a cui la nostra isola è stata sottoposta, distinguendola dal vernacolo popolare.

Ciò premesso, quali le fonti e i documenti per supportare tali ipotesi e affermazioni? Come accade, alla verità storica altre scienze possono dare il loro contributo; in questo caso la paremiologia e l’antropologia. Per la Sicilia, monumentale testimonianza dell’uso del dialetto, delle sue forme e varianti da una zona all’altra dell’isola e in parallelo delle condizioni sociali di un popolo, sono le opere che Giuseppe Pitrè, con la sua “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” (1871–1913) ed in particolare coi “Canti popolari siciliani raccolti ed illustrati” (1911), dedicò alla ricerca filologica e al folklore in un momento in cui, conquistata l’unità nazionale, bisognava che ognuna delle regioni avesse chiaro il suo passato per guardare al futuro.

Così scriveva Ernesto Monaci nel proemio della sua Rivista di Filologia romanza: “Bisognava fabbricare il nostro passato, scendere in quell’età che preparava l’oggi; è tempo di persuadersi che lingue e letterature non vanno considerati come momumenti della gloria di un popolo, ma sì anche come i grandi libri dove troveremo la soluzione dei più alti problemi che presenta la storia dell’umano…”. Un monito che oggi, per rifondare il nostro paese sconvolto da novella barbarie, dovremmo tener presente. E Pitrè “faceva dono” all’Italia: “del più ricco repertorio di fiabe, leggende, canti, cartelli ed usi del popolo siciliano”; aggiungendo ancora “Proverbi motti e scongiuri” (oltre tredicimila nel 1880) riconosciuta dal Comparetti come la più ricca raccolta “italiana” del genere, fino a concludere con “Indovinelli, dubbi, domande del popolo siciliano”: a lui interessava conoscere la Sicilia degli umili in tutti i suoi aspetti fino alle feste e gli spettacoli, al tempo libero di una società agricola e industriosa, dove il canto “libero” costituiva spesso forma di ribellione controcorrente verso il padrone o il dominatore di turno, dove l’amore è espresso in tutte le forme e la donna protagonista di spicco.

Nel predisporre il suo Museo nel 1909, pur in due stanzette provvisorie, Pitrè così scriveva: “Non v’è forse regione d’Italia dove tante e così svariate son le forme del vivere quali quelle della Sicilia. Le dominazioni da questa subite hanno lasciato tracce profonde nelle vesti, nei cibi, nella mente, nel cuore e nella fantasia, come nei visi e nei cognomi di ogni siciliano. I nuovi aiuti che offre la scienza potranno rendere segnalati servigi a quella parte di storia che i dotti non hanno scritta, ma che il popolo ha lasciato nei suoi costumi, nelle sue usanze”.

Lingua e società, storia e tradizioni popolari sono quindi fondamentali nessi per comprendere l’oggi attraverso il passato: questo stesso proposito ha ispirato l’opera di altri studiosi della lingua e del folklore di ieri come Vigo, Salomone Marino e contemporanei come il Cocchiara, Caterina Naselli e per la glottologia Corrado Avolio, il Traina, il Mangiameli fino a Giorgio Piccitto, autore di grammatiche e del grande Vocabolario, fondamentale strumento di conoscenza della lingua siciliana, continuato dal Tropea in tre volumi, a cui si è aggiunto nel 1999 il primo dizionario italiano-siciliano “Il Ventaglio” dello studioso catanese Salvatore Camilleri, con oltre 45.000 voci, mentre altri linguisti del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, a cui appartiene Giovanni Ruffino, hanno curato con ampie ricerche una mappa dei dialetti.

Il dialetto, infatti, non solo nei canti anonimi e nelle forme popolari di cui si è detto, dal tredicesimo secolo al Novecento è stato lingua “parallela” a quella nazionale, con alterne vicende, riflesso del momento storico e, con diversa attenzione da parte di letterati e anche filologi, con una variegata geografia.

Brevissimi cenni sulle testimonianze di testi dotti e studi fra i più antichi: Fra’ Atanasio da Aci, con “La vinuta di lu re Iapicu in Catania” (1287); Simone da Lentini (1358), “La conquesta di Sicilia fatta pe li nommardi”, e numerosi testi anonimi: “Cronica”, “Lu ribellamentu di Sicilia”, “I capitoli dei re Aragonesi”.

Nell’età dei viceré spicca il poeta Antonio Veneziano, il siculo Petrarca, con il canzoniere “Celia” e, cosa molto importante, ritroviamo a stampa due dizionari: quello di Lucio Cristorofo Scobar del 1520 (siciliano-latino-spagnolo) e le “Osservantii de la lingua siciliana” di Claudio Maria Arezzo (1543).

Nel Seicento due lirici notevoli degni di ricordo: Pietro Fullone da Palermo e Paolo Maura da Mineo, ricordato dal giovane Capuana come fonte di ispirazione e lustro della patria comune, mentre il filone burlesco è prezioso per conoscere i rapporti dell’intellettuale col potere, e la religione. Questo genere di poesia, in auge dalla seconda metà del ’500, si fonda in realtà su un linguaggio misto, presente anche nei documenti amministrativi e legislativi. Riproponendo “Le Muse siciliane” di Galeano con ben trentuno poeti burleschi dal ’500 al ’660, Vincenzo De Maria ha giustamente detto nell’introduzione che essi rappresentano la lingua di un popolo che non ha perduto la sua identità ma l’ha arricchita.

Nel Seicento (dopo i testi sacri medievali, in parte perduti, o di tradizione araba o del Quattrocento, di cui è un esempio “la diavolata di Adrano”) nascono anche le forme teatrali del dialetto, di cui diremo più avanti a proposito della stagione più felice del teatro siciliano e delle sue origini. Continuando invece a parlare del genere lirico spiccarono nel periodo illuministico il palermitano Giovanni Meli con il suo “Canzoniere” i cui versi furono tradotti anche dal Foscolo, nonché il catanese Domenico (Miciu) Tempio, autore non solo di versi licenziosi (spesso attribuitigli oltre ai suoi) ma anche del poema “La Caristia”, vero specchio della società siciliana e delle sofferenze delle classi degli umili e “Lu veru piaciri”, in cui si esalta la vita semplice dei campi. Importante ricordare anche come, in un momento storico di fermenti autonomistici, parallelamente alla rivoluzione francese e napoletana e ai moti isolani, l’Accademia Siciliana (1788-1818), in difesa del dialetto, faceva obbligo del suo uso a quanto si scrivesse in Sicilia.

Interessante anche notare il proseguire di studi filologici nel periodo romantico, mentre dopo il 1860 particolari addirittura le pretese autonomistiche dell’acese Lionardo Vigo e soprattutto l’influenza che il dialetto ebbe nella formazione dello stile e della lingua letteraria di autori come Capuana (che tornò ad esso col teatro), Verga con la particolare struttura del periodo e i sicilianismi presenti nelle opere del “Ciclo dei Vinti” e nelle novelle, proprio come forma consona al parlato degli umili, tanto quanto il verismo dei luoghi. Lezione che ha continuato fino ai nostri giorni ad influenzare scrittori nostrani, ma di fama nazionale, in cui il linguaggio è pieno di espressioni dialettali antiche, con ardite forme linguistiche anche oscure, come Stefano D’Arrigo e Vincenzo Consolo e tra tutti il più famoso oggi Andrea Camilleri in testi come “La concessione del telegrafo” o “Il re di Girgenti”, oltre alla serie del Commissario Montalbano, dove i sicilianismi rendono singolare e ironico il linguaggio.

Tornando invece alla poesia dialettale contemporanea e al fiorire dei grandi narratori del Verismo da non dimenticare l’acese Venerando Gangi (1855), con le sue favole in dialetto, che attesta la presenza viva di una lingua popolare e dotta insieme.

Per riferirci invece al teatro siciliano – che appunto nello stesso periodo avrebbe avuto la sua stagione dei capolavori – è bene ribadire quanto abbiamo scritto sulle sue origini ne “Le farse di Peppe Nappa”, distinguendone varie forme: quelle popolari dei “buffi” che nel Cinquecento parlavano ciascuno il proprio dialetto: come Fiaccaventu, soldato siciliano nella commedia “La vedova” di G.B. Crimi; Tiberio ne “Gli amorosi sospiri di A. Dionisio” (1558), fino a Catonzu Gangali protagonista de “Gli amorosi inganni” (1609), il cui testo è stato riproposto nella stagione dell’80-’81 dallo Stabile di Catania col titolo “Fenisa e Basilisco”. Forme popolari di teatro sempre in dialetto “le vastasate” palermitane e il “Cu nesci parra” catanese con la maschera di Niculinu Pensabeni. È invece del 1638 la prima commedia scritta in dialetto “Notti di Palermo” di Tommaso Averna da Mistretta, che riprende il personaggio del buffo Tiberio, mentre nel 1650 compare sulle scene un personaggio, Nardo Nappa nella commedia “Ambrosia” di Ambrogio Borghese. Vitalissima dovette essere l’attività teatrale la cui testimonianza fu purtroppo distrutta dal terremoto del 1693, se esistevano ben quattro teatri a Catania, dove accorrevano il popolo e la nobiltà: presso il Comune, l’Università, Palazzo Biscari e il Teatro dell’Accademia, mentre a Palermo i teatri più antichi erano quello della Chiesa di Monte Oliveto, detto dello “Spasimo” e di S. Cecilia alla fieravecchia; alla marina invece nei “casotti” trionfavano le Vastasate come il famoso “Lu curtigghiu di li raunisi” di Biagio Perez, autore impresario. Altrettanto valido l’uso del dialetto nell’«Opira dei pupi», forse di origine greca, una epopea delle chansons de geste diffusissima al punto da essere trasformata nelle Marionette parlanti nell’età del Verga e grazie all’opera di generazioni di pupari palermitani e catanesi come i Grasso e i Crimi, oggi è continuata da Macrì, dai Pasqualino e dai Napoli.

Anche i temi sociali vennero affrontati con “I mafiusi di la vicaria” (1863) di Giuseppe Rizzotto e “La zolfara” di Giuseppe Giusti Sinopoli.

L’avventura del teatro italiano contemporaneo, che vede protagonisti Pirandello, Martoglio, Museo, Grasso e Abruzzo, testimoni di quel momento storico, comincia col dialetto, che mai forse raggiunse tanta popolarità e dignità letteraria come negli anni a partire dal 1900 dove la Sicilia poté vantare scrittori in lingua come Verga, Capuana, De Roberto (in cui tuttavia l’influenza del dialetto determinò nelle lingue, particolari consoni al verismo dello stile) e, con Pirandello, Martoglio, Capuana videro la luce gli splendidi testi che ancora oggi si applaudono sulle scene e che sono specchio fedele della società siciliana del tempo, nei costumi e negli atteggiamenti, dal senso dell’onore alla gelosia, all’abbandono come in “Lumie di Sicilia”, “La morsa”, “Cappiddazzu pava tutti”, “Cu guanti gialli” del primo Pirandello, fino “A burritta cu ciancianeddi”, “’A vilanza”, “La patente”, “A giarra”, “Pensaci Giacomino” e il gioiello scritto in dialetto girgentano “Liolà” commedia campestre, fino a “’U Ciclopu” tratto da Euripide, valorizzando un linguaggio “denso di connotazioni semantiche, di locuzioni idiomatiche, di sfumature metaforiche, di modi di dire peculiari, immagine speculare di una Sicilia che effonde cultura per il tramite di uno strumento suo proprio”.

Quasi in una gara di bravura Capuana si dava al teatro con i felicissimi testi di “Malìa”, “Lu cavaleri Pidagna”, “Lu Paraninfu” e Martoglio fondava la sua compagnia nazionale che avrebbe messo in scena i suoi lavori migliori, “San Giovanni decollato”, “L’aria del continente” etc. grazie alla genialità di Musco, spesso vero trasformatore dei testi, mentre la sua “Centona” diventava la Bibbia dei poeti e rimatori futuri.

Ancora oggi non c’è chi possa sostituire quei testi nei cartelloni dei teatri e il pubblico anche italiano mostra di apprezzare la validità di questi lavori a cui Salvo Randone, Turi Ferro, Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina, Ida Carrara, Lo Monaco, Guia Ielo, Leo Gullotta, Enrico Guarneri hanno dato e continuano a dare vita; nel cabaret c’è stata continuità nell’uso del dialetto, interpreti Tuccio Musumeci, Renzino Barbera, Pino Caruso, Enrico Guarneri, Il Gatto Blu.


Neppure negli anni bui della dittatura fascista la voce del dialetto si spense, non solo perché il tasso di analfabetismo continuava a far sì che la lingua madre fosse parlata in seno alle famiglie e nel contesto sociale da oltre il 70%, ma anche perché questa era usata e difesa da scrittori come Vitaliano Brancati che apprezzarono tutto il fascino di un idioma musicale. Alcune riviste “il D’Artagnan” e “La zanzara” davano largo spazio al dialetto, usato anche per le satire. Né le muse tacquero: come ha ben ricordato Santi Correnti ne “La poesia dialettale catanese durante la dittatura fascista”, ben 124 poeti raggiungevano affermazioni notevoli con Vincenzo De Simone di Villarosa, G. Nicolosi Scandurra, Giovanni Formisano, Boley, Francesco Guglielmino, Peppino Monteforte Bellia, Alessio Di Giovanni, Vann’Antò, con un rinnovamento via via sostenuto da cenacoli letterari che hanno ai nostri giorni assunto due direttive: i nostalgici della tradizione, che ancora nell’uso del sonetto e dell’ottava “siciliana” rimasticano spesso vecchi temi usando espressioni non sempre facili da intendere e i pochi impegnati in nuove forme di poesia sociale, con Ignazio Buttitta come nume tutelare, e il niscemese Mario Gori, i quali hanno messo al centro dell’ispirazione le piaghe, i tormenti e le contraddizioni della nostra terra e alcuni circoli come “Arte e Folklore” di Alfredo Danese, il gruppo di Salvatore Camilleri e Maria Campagna, fino al “MarranzAtomo” di Antonino Magrì, che tentano una diffusione e difesa del dialetto, tra nostalgia e modernità dei temi.

E siamo giunti all’oggi, anzi al futuro: chi parla e chi scrive in dialetto? Può ancora avere spazio nella società siciliana l’uso letterario di una lingua il cui ricco passato abbiamo tracciato in una sintesi rapida e per questo certamente manchevole?

La lingua è infatti riflesso dell’anima, ma anche, per dirla con Chomsky, la lingua è frutto di una “determinata cultura”; ciò fa sì che il linguaggio sia in parte naturale, in parte frutto di imitazione, e valorizzare le radici significa combattere la sciatteria, l’omologazione di un italiano, malgrado tutto regionale, sempre meno elegante ed intriso di slogan e luoghi comuni. Inoltre la grande diversità tra la base dialettale dell’Italia settentrionale e l’Italia centro meridionale ha avuto conseguenze rilevanti e, secondo Tullio De Mauro, piuttosto strane: inizialmente al nord è stato più difficile abbandonare i dialetti per la lingua dei mass-media rispetto al sud con una tradizione più ricca e viva dell’uso del dialetto, anche in forme letterarie, e con una pronuncia più marcata e resistente.

Nel 1990 l’Istituto Centrale di Statistica ha affermato che oggi la capacità di parlare e capire l’italiano è estesa all’87% della popolazione (non per nulla sono passati tanti anni dalla scuola media unica!), ma ha precisato che il 34% parla soltanto italiano e ben il 53% continua ad usare il proprio dialetto nativo. C’è dunque ancora un’interferenza continua tra il parlare l’italiano e i dialetti.

A nostro avviso oggi per difendere e diffondere i dialetti bisogna, proprio servendosi della scuola, valorizzare il patrimonio culturale e sociale che il dialetto rappresenta: è l’unica vera possibilità, per assicurare ad esso un futuro che esca dai ristretti cenacoli di nostalgici e conferisca dignità alla lingua dei padri in tutta Italia.

In ciò la Regione Siciliana dovrebbe far sua la proposta che già la Sardegna ha portato avanti da anni con l’introduzione dell’obbligo della lingua sarda (la limba) e con studi dialettologici nelle università sarde. Pensiamo infatti che ai giovani verrà negata la conoscenza di un ricchissimo patrimonio culturale, fatto di esperienze e saggezza contadina, di autentici sentimenti, di drammi eterni dell’uomo espressi in una lingua la cui formazione è essa stessa lezione di storia, valorizzando il dialetto come “bene culturale”. Ci auguriamo che il nostro appello giunga a chi con opportune leggi potrebbe intervenire per il futuro del dialetto, in difesa del quale ci permettiamo di ricordare quanto scriveva Pitrè sul patrimonio di ricchezze contenute nel passato:

“Il filosofo, il legislatore, lo storico che cercano di conoscere intero questo popolo, sentono oggi mai il bisogno di consultarlo nei canti, nei suoi proverbi, nelle sue fiabe, non meno che nelle frasi, nei motti, nelle parole. Accanto alla parola sta sempre il suo significato, dietro il senso letterale viene il senso mistico e l’allegoria, “sotto la strana e dimessa veste delle fiabe si troverà adombrata la storia e la religione dei popoli”

Lions Club Catania Stesicoro Center Presidente: Giuseppe Tomasello
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