Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* NEWMAN E LEONFORTE: UN LEGAME PARTICOLARE di Pasqualino Pappalardo

Lions Club Leonforte Presidente: Pierfilippo Buttafuoco

Talvolta “ripercorrere” gli eventi, storici e non, che hanno, nel bene e nel male, interessato luoghi o persone a noi cari, ci rende partecipi di eventi prodigiosi di intenso significato che sicuramente ci arricchiscono. Così è nel caso della conversione al cattolicesimo del diacono anglicano J.H. Newman, divenuto poi cardinale, a seguito di una profonda crisi interiore maturata a Leonforte dove, gravemente ammalato, si fermò nel 1834, nel corso di un viaggio in Sicilia (G. Catanzaro e Z. Navarra)

J.H. Newman, il grande convertito inglese del 1800, principale rappresentante del movimento di Oxford prima, e successivamente, da cattolico, coraggioso animatore del fenomeno che va sotto il nome di “primavera cattolica in Inghilterra”, nacque a Londra il 21 aprile 1801. Nel 1824, finiti gli studi a Oxford, fu nominato diacono anglicano. Nel 1833 compì un viaggio nel Mediterraneo. Lungo il suo itinerario siciliano si ammalò gravemente e fu costretto a fermarsi a Leonforte e successivamente a Enna fino alla guarigione. Ritornato in Inghilterra, rafforzato dalla crisi siciliana, Newman si immerse nel movimento oxfordiano che propugnava il diritto della Chiesa anglicana di considerarsi una parte della Chiesa universale. Nel 1843, dopo anni di travaglio interiore, chiese di essere accolto nella Chiesa cattolica. Venne ordinato sacerdote a Roma nel 1847. Scrisse nel 1864 la famosa “Apologia pro vita sua”, nella quale espose le sue idee religiose e la loro evoluzione fino al momento della conversione. Papa Leone XIII gli conferì nel 1879 la porpora cardinalizia. Morì a Birmingham l’11 agosto 1890. Sulla tomba, per sua disposizione, venne scritto: “Ex umbris et imaginibus in veritatem”. Nel maggio del 1990 il Comune di Leonforte organizzò un solenne Simposio di Studi i cui atti furono pubblicati in appositi volumi curati dal sacerdote Rino La Delfa e da Pasqualino Pappalardo.

UNA STORIA SUGGESTIVA

 

John Henry Newman all’età di trentatré anni si imbarcò da Napoli, con il servo Gennaro che lo avrebbe assistito in tutte le sue peripezie, per la Sicilia, affascinato dalla bellezza dell’isola che aveva appena intravisto in una fugace visita qualche mese prima. Toccò Messina e Taormina, trascorse alcuni giorni a Catania, poi si diresse verso l’interno, ma a Leonforte una forte febbre lo costrinse a fermarsi alcuni giorni. E qui, nel piccolo paese sperduto e povero dell’Ottocento, scoppiò il suo dramma, il dramma di un’anima cristiana alla ricerca della verità religiosa. Lo stesso Newman, nel suo diario “Malato in Sicilia” (una magnifica pagina di letteratura, di cui si consiglia la lettura integrale, tanto essa è densa di risvolti narrativi e spirituali veramente suggestivi e, per certi versi, sconvolgenti), ci racconta il suo soggiorno forzato a Leonforte. Il diario ci offre tutti gli elementi connessi alla malattia e alla crisi di Newman a Leonforte, crisi che lo porterà alla conversione al cattolicesimo: “ventitré maggio 1833… in serata giunsi a Leonforte… mi coricai, credo, senza dormire; la mattina seguente, provai ad alzarmi, ma ricaddi giù; ero troppo ammalato per farlo… Il primo giorno di letto, molti pensieri mi assalirono. Sentivo che Dio lottava contro di me… e pensavo e continuavo a dire a me stesso: -Non ho peccato contro la luce… Non so descrivere tutta la sofferenza mia… Non ho peccato contro la luce… Sento che non morirò… Dio ha ancora del lavoro in serbo per me… Dio viene incontro a coloro che vanno per la sua via-” Ecco l’avventura di un’anima cristiana, l’avventura di un giovane prete anglicano, alloggiato in una povera locanda, in un piccolo paese, Leonforte, solo, in preda al delirio della febbre tifoidea. Ma quest’uomo si ripiega su se stesso e riflette sulla condizione religiosa e imbocca la strada di una scelta definitiva. Una storia suggestiva, la favola di un’anima cristiana, lo strazio di un tormento inaudito, lo smarrimento di un povero cuore alla ricerca di una verità, ma nel contempo lo specchio di una natura fortemente meditativa che raggiunge l’equilibrio nel quadro di un destino esaltante. Alla ricerca della luce! E, di ritorno verso l’Inghilterra, sul battello in vista delle Bocche di Bonifacio, comporrà il famoso sonetto “Guidami, luce gentile” il cui ritmo -come bene ha notato il sacerdote Giuseppe Cristaldi che di Newman è profondo conoscitore- “è sotteso dalla scansione del tempo: situazione del presente, sguardo al passato, attesa del futuro”. È stato lo stesso Cristaldi che, in occasione del centenario della morte di Newman, celebrato solennemente a Leonforte nel maggio del 1990, ha dettato l’iscrizione che si può leggere sul prospetto di quel palazzo comunale: “John Henry Newman / 1801-1890 / Cardinale / Qui nel maggio del 1833 Leonforte e Newman si incontrano nel segreto della storia e nelle regioni dello spirito”. Ancora oggi lo spirito di Newman emana la sua luce. Le nostre plaghe ne restano illuminate, nella ragione, nella cultura, nella morale.

 

STORIA DI UN MANTELLO

 

A volte accade di legarci alle cose, attaccarci ad esse, e le cose, per un misterioso sortilegio, ci infondono energia, diventano umane e ci guidano nel lungo e difficile cammino della vita come se, miracolosamente avvertendo le nostre povere necessità, nei momenti di sconforto vogliano tenderci la mano ricordandoci l’indissolubile legame con la nostra condizione di esseri viventi. E così, leggendone il diario, J.H. Newman appare assai legato al suo mantello da viaggio, sebbene nello scritto citato ne parli soltanto due volte. La prima volta con riferimento alla giornata di lunedì 6 maggio 1833 quando “a sette miglia da Leonforte”, in preda alla malattia, fu portato in una capanna e il suo mantello blu gli venne steso sotto. La seconda volta, a chiusura dello stesso diario, allorché racconta la sua separazione, a Palermo, dal servitore Gennaro: “Quando ci separammo, mi pare che gli dessi oltre il convenuto, 10 sterline e un benservito scritto. Prima che io gli avessi dato nulla, incominciò a chieder qualcosa; ma il suo pensiero andava a un mio vecchio mantello blu, che possedevo sin dal 1823; ben poca cosa per lui quale ricompensa dei suoi servigi, e al tempo stesso una gran cosa per me, perché mi ci ero affezionato. Quel mantello mi aveva custodito in tutta la mia malattia, sempre era steso sul mio letto, me lo mettevano addosso quando mi alzavo, allorché mi rifacevano il letto, ecc. Per poco non lo perdetti a Corfù, rubatomi da un soldato; ma poi lo riebbi”.

 

E l’ha ancora a Littlemore: in certe notti più fredde se lo fa stendere sul letto. Ha pochissime cose con sé e si è affezionato a quel povero oggetto così fortemente legato alle vicende della sua malattia e al dramma di uomo alla ricerca di Dio. Ecco come le cose possono acquistare valore per noi, come possono costituire un piccolo universo, perché in esse sono i segni delle nostre sofferenze e perché hanno la capacità di rimanere docili a noi. E quando siamo soli e smarriti, in esse troviamo conforto ed è come se, dovendocene staccare a forza, potessimo perdere parte di noi stessi, o noi stessi del tutto, come se si potesse spezzare l’ultimo filo sottile che ancora ci lega alla vita. Il mantello di Newman è una di queste cose miracolose, un oggetto che accompagna il giovane viaggiatore lungo tutta la sua epopea mediterranea, lo difende dal freddo delle sere siciliane, dai brividi della febbre durante la sua lunga ed estenuante malattia e… forse… anche dalla solitudine e dai marosi dello smarrimento quando, sul battello che lo riporta in patria, allo stretto di Bonifacio, compone il sonetto “Conducimi, dolce luce”. Ed è ancora a Littlemore, misera cosa destinata nella sua fragilità a sopravvivergli, a confortarlo nelle fredde notti, ora che le membra sono stanche, ora che “i giorni di festa sono passati tanto presto”, ora che egli medita su quel “sogno” che è la vita, sul tempo che “non è nulla se non il seme dell’eternità”.

 

 

GUIDAMI, LUCE GENTILE

(traduzione dall’inglese di R. La Delfa e C. Scordato)

Conduci, dolce Luce, in mezzo al grigiore che stringe intorno.

Conducimi Tu!

La notte è oscura ed io sono lontano da casa.

Conducimi Tu!

Io ero non sempre a questo modo, né pregavo che Tu

Dovessi condurre me.

Amavo scegliere e vedere il mio cammino, ma adesso

Conducimi Tu!

Amavo il giorno abbagliante, malgrado le paure,

l’0rgoglio dettava leggi alla mia volontà: non rammentare anni passati.

Ora che la tua potenza mi ha benedetto, ancor più

essa mi condurrà,

attraverso landa e palude, oltre rupe e torrente, finché

la notte svanisca

e con il mattino sorridano quei volti di angeli

che da sempre ho amato e per un poco ho smarrito.



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