Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* LA REAL CANTINA BORBONICA DI PARTINICO Dal progetto alla realizzazione: spazi e funzioni di Tommaso Aiello

Lions Club Partinico Serenianus Presidente: Antonio Licari

A volte le radici della nostra memoria storica saldamente si intrecciano con altre radici…, quelle di piante fiere e secolari come viti e ulivi i cui frutti hanno dato, per lungo tempo, ricchezza e lustro ad un intero territorio. Quella riportata è l’affascinante storia della febbrile ed intensa attività della Real Cantina Borbonica di Partinico, l’«Incantina di vino, liquori ed olii», la cui grandezza riecheggia ancora nei suoi vasti e suggestivi locali, restaurati ed aperti al pubblico nel dicembre del 2008. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Prima di passare alla descrizione della Cantina dobbiamo giustificare il nostro continuo e ininterrotto interesse per il recupero di questo bene culturale. Ci soffermiamo sul termine “cultura” rimasto in passato legato ad un significato di tipo valutativo, volto ad indicare un certo patrimonio di conoscenze. In particolare la definizione di “bene culturale” era stata a lungo attribuita quasi esclusivamente alle forme di arte figurativa e architettonica, a quelle, cioè, che nel ’500 furono definite “belle arti”.

Le conseguenze di questa mentalità portarono ad occuparsi e quindi a salvare solo certe testimonianze del passato facendone perdere altre talvolta molto preziose; a privatizzare l’oggetto creando intorno ad esso un fenomeno di tipo commerciale e a presentarlo come qualcosa di avulso dal suo contesto originale. Era accaduto così che, isolando il monumento, l’edificio, dalla realtà culturale che lo aveva prodotto, si erano potute compiere le distruzioni e gli sventramenti che sconvolsero il tessuto urbano e sociale di tante nostre città. Questa “dimenticanza” l’abbiamo ancora constatata nel dicembre del 1999 con la pubblicazione del volume “Siti Reali Borbonici in Sicilia” di Giuffrida, Miranda, Dispensa e Lo Piccolo che ricordano la “Pianta e progetto di ristrutturazione del Casino Reale” (esisteva in Via P.pe Umberto nei primi dell’ottocento) dell’architetto Carlo Chenchi tralasciando, per la mentalità di cui parlavamo, di parlare di un’opera di edilizia rurale, ma di grande valenza architettonica, qual è la Real Cantina Borbonica. Noi cercammo invece di recuperare il significato più antico del termine “cultura” inteso come intervento attivo dell’uomo nella manipolazione dell’ambiente naturale. In questa maniera il concetto di cultura si liberava del senso aristocratico, per estendersi a tutto ciò che appariva solo ad un certo punto della storia della società umana come risultato di un impegno a rinnovare, a migliorare la qualità della vita, come testimonianza di un passato recuperabile nella sua realtà di sistema, a cui tutto, dalla cancellata in ferro battuto o dall’ex-voto al sublime capolavoro, si riferisce e da cui tutto riceve il lume di una interpretazione che si approfondisce e si allarga.

Questa indicazione però non comportava di certo un appiattimento dei valori e del senso della qualità. Così questa nuova visione ci portò ad interessarci della Cantina Borbonica, ma non solo di questa, e di sottoporla all’attenzione delle forze politiche perché si facessero promotrici presso gli organi competenti della richiesta dell’esproprio del bene monumentale più interessante del paese. Detto questo parliamo ora del complesso Cantina Borbonica che forse non ha eguali in tutto il sud d’Italia ed è solo paragonabile a similari costruzioni dell’Olanda, della Francia e della Gran Bretagna dove si era verificata una “rivoluzione agraria” che tendeva a modificare la produzione con l’ausilio di nuove tecniche e nuovi mezzi.

La Cantina Borbonica fu fatta costruire nel 1800 da Ferdinando III, Re di Sicilia (divenuto dopo la Restaurazione Ferdinando I Re delle Due Sicilie) e rappresenta una delle opere civili più importanti di Partinico.

Per parlare della Real Cantina Borbonica non si può prescindere dal ricordare un uomo eccezionale: Felice Lioy, che era un profondo conoscitore della vinificazione del territorio che riteneva negativa, nonostante il Di Bartolomeo nel suo manoscritto completato nel 1805 parli di una produzione di ottomila botti di vino bianco amabilissimo ed apprezzato anche dagli alcamesi.

Per il Lioy invece le cose stavano ben diversamente, tanto è vero che con le sue nuove teorie fece una sperimentazione a Marineo e a Partinico per arrivare a una vinificazione ottimale, attraverso l’uso di una macchinetta per raspolare (levare i raspi e gli acini) e per ottenere un vino meno acido che si poteva conservare meglio e vendere con più comodo. Sulla spinta di queste nuove teorie, che forse dovette mediare dagli Inglesi, non gli fu difficile convincere il sovrano, che acconsentì con dispaccio del 5 luglio del 1800, ad acquistare, per un importo di 3075 onze, alcune terre, (Crocifisso, Capo dell’acqua e della Montagna di Cesarò). Queste furono accorpate ai possedimenti della Casina Reale, che sorgeva verso la fine di Via P.pe Umberto, da Via Paradiso a Via Fanciullo, e delimitata a monte da Via Scupara dove all’angolo della strada esistono ancora tracce di muri di grande spessore. (Vedi le tavole del Real Podere in Partinico, descrizione generale e particolare, 1807, in Archivio di Stato di Palermo, Real Commenda della Magione, vol: 2522). Inoltre lo convinse a costruire una “Incantina” per la vinificazione con i nuovi metodi che lui personalmente aveva sperimentato.

Così fu affidato all’architetto regio Carlo Chenchi (o Chenchè), pupillo del Vanvitelli, il compito di elaborare un progetto e provvedere alla sua costruzione (anche se non esiste un documento di incarico preciso).

Sappiamo però che il 31 ottobre 1800, il Chenchi si recò a Partinico “per esaminare le opere della strada carrozzabile di Partinico e la perriera per la pietra per servizio dell’Incantina” e che nel mese di aprile del 1802 ricevette la somma di onze 4 e tarì 4 per il saldo di una nota da lui presentata per le visite fatte a Partinico il 10 febbraio e il 17 marzo per la consegna delle opere della Real Cantina (R. Commenda della Magione, Libro di tavola 1800-1802, vol. 2159, f. 264). È probabile che, essendo suo collaboratore sin dall’agosto del 1800, sia stato aiutato dall’ingegnere partinicese, suo allievo, Don Giuseppe Patti, figlio di Don Pasquale e Donna Maddalena, come ci dice il Di Bartolomeo (pag. 230). Il Patti compì i suoi studi a Palermo e a Roma, e sposatosi si stabilì a Palermo. Sappiamo inoltre che assieme a Tommaso Sanseverino, fu incaricato, nel giugno del 1800, del progetto per la “realizzazione del modello in creta della Montagna di Cesarò e del Giardino Reale” (R. Commenda della Magione, libro Maggiore, 1800-1801, vol. 1672, f. 185). In realtà questo complesso non rappresentò solo un investimento del re per migliorare le condizioni economiche dei suoi sudditi, ma fu volto anche ad aumentare il suo patrimonio per- sonale; infatti la Cantina rappresentava una vera e propria industria in cui i prodotti agricoli grezzi, sia coltivati nel Podere Reale, che ivi portati dai produttori della zona, venivano trasformati in prodotti finiti pronti per la commercializzazione, che in alcuni casi avveniva anche all’interno della Cantina. Proprio per questo possiamo affermare che questa sua funzione ne fa un esempio unico nel suo genere e antesignano della moderna commercializzazione, per cui tenendo conto delle sue caratteristiche morfologiche, storiche e sociali, riveste anche una importanza nazionale.

I lavori della costruzione procedettero alacremente fino al 1802 e l’Incantina fu consegnata ultimata nel 1803. Furono spesi complessivamente 18.000 scudi, somma che, come dice lo storico Stefano Marino (Partinico e dintorni, pag. 123) fu ben spesa, se diede lavoro a molta gente (vi lavoravano stabilmente una ventina di dipendenti: contadini, bottai, agrimensori, operai generici e specializzati per la manutenzione periodica della cantina e molte famiglie inoltre vi ricavavano elemosine natalizie) e diventò subito punto di riferimento per l’agricoltura di tutto il comprensorio.

La Real Cantina presenta un corpo di grande impatto visivo con i suoi pilastri e i suoi archi a crociera che danno movimento a tutto l’insieme.

Ma ascoltiamo cosa scriveva il Di Bartolomeo nel suo manoscritto (pag. 101): “L’arte vi si è impegnata a segno che si è resa tal rarità il primiero augusto monumento del Regno d’attirar eternamente l’ammirazion ancora de’ più curiosi viaggiatori e vieppiù degl’insigni architetti del mondo. Se ne danno in le straniere nazioni, per quel ch’io so, di simili, ma lavorare sul tornio di cotesta ed in egual grandezza e vastità penerei a crederlo. S’istrada ella in tre spaziose braccia e ben proporzionate, larghe, l’uno dei quali, il più rispettabile, sotterraneo, l’altri su la faccia del suolo ad una corrispondente maestosa altezza, seguendo a loro un ben vasto magazzino. Avvi una comoda scala o salita dalla parte d’oriente, aggiata tanto che rende facile la salita e scesa da’ piccoli giumenti nella vendemmia, carichi de’ soliti vasi di legname, pieni dell’uva onde pestarsi. Evvene una seconda all’opposto e rimpetto a libeccio, più magnifica e spaziosa, per dove si adisce ad una loggia, che guarda a scirocco ossia la mentovata montagna e da codesta poi si passa nelle stanze superiori di suddetta cantina. Le porte, le finestre son elleno lavorate con sodità e galanteria di legname di noce, tinte e piene l’ultime di vetriate, con suoi ferramenti al gusto moderno. Tutto e di dentro e al di fuori spira novità e grandezza”.

Ricordate che queste sono le parole di chi ebbe la ventura di vedere il complesso “INCANTINA” ultimato da poco…

Cinquant’anni dopo sarà la volta dello storico partinicese Stefano Marino a farne una dettagliata descrizione che comunque non si discosta molto da quella del Di Bartolomeo, se non per un minore entusiasmo dovuto al fatto che già era iniziata la decadenza della Cantina e i tempi stavano cambiando rapidamente. Osserva Giuseppe Casarrubea in un suo recente articolo che “un’epoca intera (al tempo di Stefano Marino, nel 1855) è entrata in crisi e il degrado degli uomini e delle cose ha raggiunto ormai i suoi livelli di guardia, il suo punto di non ritorno”. Questo perché il re e la corte tornarono nella Napoli liberata dai lazzaroni del cardinale Ruffo e la Cantina e il Real Podere restarono in mano a campieri, curatori e cappellani e, a poco a poco tutto si dissolse in una arida landa che circonda la Montagna del Re.

E questo può spiegare il perché Padre Daniele Lo Grasso nel suo “Partenico ed il culto di Maria SS. di Altofonte e del Ponte” edito nel 1935, dedica pochissime righe (pag. 397) alla Real Cantina che forse avrebbe meritato ben altra fortuna, come è stato per la Palazzina Cinese o la splendida reggia della Ficuzza.

Ma torniamo alla descrizione della Cantina ed osserviamo che gli appezzamenti di terreno acquistati e riuniti erano pari a circa 80 salme (con un perimetro di 3007 canne, pari a 6206 metri) che costituivano pertanto il Real Podere che assieme al complesso della “Incantina di vino, liquori ed olii”, con annesso fondaco bettola e locanda, formava il centro di raccolta e di vendita dei prodotti dell’Azienda Reale.

Azienda che poteva contare pure su una vasta produzione di frumento, fichi, frutta e verdura, mandorle, orzo, fave, favetta, uva, lenticchie, avena, fagiola moresca, frumento di majorca, fieno, olio, granoturco, cocuzze, sommacco che davano un’entrata di 1109 onze (pari al reddito di allora di mille salme, cioè duemila ettari di buona terra), tarì 13 e grana 2, come si può desumere dai conti presentati dal cassiere della Real Azienda, Don Gaetano Bonura, all’intendente della Real Commenda della Magione Cav. Felice Lioy. E questi conti si riferiscono all’anno 1800-1801 (archivio di Stato-Real Commenda della Magione – Vol. 2304), quando ancora la Cantina non era entrata nel pieno della sua funzione.

In totale il Real Podere contava nel complesso 227.748 piante, tra cui 33.847 alberi da frutta, 6009 alberi infruttiferi, 44.725 arboscelli, e 143.527 viti, nonché 69 piante medicinali (già sperimentate nell’orto botanico di Palermo) nella particella 28 della contrada Ballo. L’ingresso principale si affaccia sulla strada provinciale per San Cipirrello e attraverso un cancello si entra in una vasta piazza che si divide in tre sezioni di complessivi 1350 metri quadrati. Sulla sinistra c’è una stecca di corpi bassi che comprendono una chiesetta (in cui si trova la rappresentazione della Madonna del Ponte), la sagrestia e una serie di stalle e magazzini di circa 310 metri quadrati adibiti un tempo ad alloggi e cucine.

Attaccata alla Cantina c’era poi un’altra serie di magazzini di circa 150 metri quadrati. Anche sul lato destro se ne trovavano altri adibiti negli ultimi tempi a stalle, per un’estensione di circa 277 metri quadrati, ma che agli inizi dovettero funzionare forse come frantoio.

Al centro dell’immenso atrio troviamo poi una palazzina di metri quadrati 185 che riteniamo preesistente ai corpi aggiunti nel 1800 dall’architetto regio Carlo Chenchè. Tale supposizione si basa su due considerazioni. La prima riguarda la posizione della palazzina che risulta simmetricamente posta al centro dell’atrio, così come lo erano le torri medievali (ma anche di età successive) costruite per difesa e avvistamento. L’altra considerazione deriva dal fatto che la struttura della torre fino ai due terzi della sua altezza è completamente diversa dalla parte superiore che dovette essere ricostruita al tempo della costruzione della Cantina. Sulla facciata principale si nota poi una caditoia che è caratteristica delle torri di difesa e la cui costruzione non avrebbe avuto senso per un complesso che aveva solo funzione abitativa e costruito in un periodo in cui non se ne presentava più assolutamente la necessità.

Un’ultima notazione di ordine estetico-architettonico riguarda le finestre che riecheggiano nell’architrave una forma catalana e cioè di arco a due volute raccordate in una punta centrale e ricordano un portale del Castello di Montalbano Elicona del XIV sec. (vedi: G. Lanza Tomasi, Castelli e monasteri siciliani, pag. 134).

Per queste considerazioni riteniamo che la palazzina sia preesistente e se non abbiamo elementi probanti per collocarla in età federiciana, nel periodo di ripopolamento di Partinico voluto da Federico III di Sicilia con diploma dato in Trapani il 20-11-309, sicuramente è tra le torri più antiche (XV-XVI secolo).

La palazzina è costituita da un piano terra e da un primo piano. In ogni piano vi sono tre ambienti di forma quadrangolare di circa 25 metri quadrati ciascuno e uno di forma rettangolare di circa 35 metri quadrati. La sua funzione era sicuramente abitativa, non certamente per il Re, ma per chi aveva la responsabilità di custodire il complesso Cantina. Accanto alla palazzina-torre, separata da un lungo corridoio di appena due metri di larghezza, troviamo la Cantina, la cui facciata dà sull’atrio e presenta tre ingressi di cui uno era prima ostruito dal corpo dei magazzini che furono aggiunti in un secondo tempo. Il corpo di fabbrica della cantina, che è il centro vitale di tutto il complesso, presenta un impianto a tre navate formate da pilastri ed archi che si collegano tra loro a crociera in un gioco armonioso e una copertura a falde costituita da travi di legno e coppi di argilla rossa. La navata destra e quella di centro furono lasciate libere per l’ammasso e la lavorazione delle uve e la sistemazione degli altri prodotti agricoli che servivano alla vendita. Sotto la campata destra della cantina si trova un sotterraneo illuminato ed aerato da aperture a bocca di lupo con tine a muro per la conservazione dei vini in un ambiente molto più fresco che in superficie e quindi molto più adatto alla conservazione del vino. La navata sinistra invece è stata chiusa ed è stata utilizzata per la costruzione di “tine” a muro, ma questa volta non per il vino, ma per la conservazione dei cereali, come si può facilmente evincere dalle bocche di fuoriuscita. Alla fine della navata troviamo un ambiente di circa 66 metri quadrati da usare come palmento. Al piano superiore (vi si accede dall’esterno attraverso una rampa denominata “rampa delle uve” addossata al perimetro della cantina e sotto cui sono stati ricavati magazzini) si ha un loggiato coperto con l’accesso alle “tine” sottostanti.

La lunghezza della Cantina è di m. 36,50, mentre nel senso della larghezza la distanza tra i pilastri è di m. 8,70.

Purtroppo è da osservare che il contesto paesaggistico in cui si trova inserito tutto il complesso oggi è senz’altro mutato profondamente rispetto a quello originario; la struttura infatti si trova ormai inglobata nel tessuto urbano, la qualcosa impedisce in parte di poterne gustare la bellezza, il fascino e l’importanza.

Se la sua costruzione ebbe veramente la funzione di dare impulso all’economia del territorio, oggi che finalmente è stata restituita alla fruizione di tutti, ci chiediamo cosa può rapprentare per la gente non solo di Partinico, e quali sono le aspettative per un prossimo futuro. Non è certamente questa la sede per fare programmazioni e suggerire idee per la sua destinazione d’uso…

Diciamo però che questo deve essere fatto da gente che sia qualificata e abbia professionalità. Palazzo D’Aumale, la cui conduzione è di grande respiro, docet.

Affermiamo però che la Cantina non può essere destinata a diventare museo nel senso tradizionale del termine.

Questo complesso deve aprirsi al pubblico e diventare ancora una volta centro propulsore per la cultura, per il turismo, per l’economia, attraverso una strutturazione che sia moderna e risponda alle esigenze di proiettarsi all’esterno con razionalità, intelligenza e modernità.

Dobbiamo fare in modo che ritornino i tempi dei Florio, che crearono a Palermo il 1° Expò d’Europa, dei Whitaker, dei Woodhause, degli Ingham non tanto politicamente, perché sarebbe anacronistico, ma come un periodo di riferimento di grande vitalità della Sicilia che si pose all’attenzione di tutto il mondo per la commercializzazione dei tessuti e dei vini liquorosi. Così grazie ad alcune storiche famiglie, Palermo diventò il centro di un’accademia economica e culturale che non aveva pari in Europa e che solo un’occhiuta ed egoistica politica savoiarda volle a qualunque costo distruggere per tutto ciò che rappresentava. Tale fioritura economica purtroppo cominciò a svanire nel momento in cui lo Stato lasciò al loro destino i Florio e gli altri.

Invece di procedere alla unificazione effettiva della nazione (il tentativo di Garibaldi era stato solo un sogno effimero), invece di far crescere contemporaneamente Nord e Sud si operò per tracciare un solco incolmabile che ancora oggi volutamente resta tale.

Osserva Romualdo Giuffrida che il nuovo Stato italiano, limitando i suoi interventi nei vari settori dell’economia (banche, ferrovie, industrie, agricoltura) ad una programmazione che sottovalutò i notevoli squilibri esistenti fra le varie regioni, contribuì a mantenere la Sicilia nella condizione endemica di grave depressione economica e sociale che risaliva all’epoca borbonica e che continuò a caratterizzarne la storia durante il primo secolo di vita unitaria.

È questa pure la recentissima tesi, non condivisibile però in tutto, dello storico inglese Christopher Dougman. Noi del Sud che ce ne facciamo dell’alta velocità dei treni del Nord capaci di collegare Bologna con Milano in meno di un’ora, quando i nostri treni impiegano questo tempo per percorrere Palermo-Partinico?

E allora, se manca veramente questa volontà di far risorgere il meridione, dobbiamo rimboccarci le maniche noi e sfruttando le enormi risorse culturali e paesaggistiche di cui siamo in possesso e che nessuno può toglierci dobbiamo trovare la strada per affrancarci dal nostro deleterio provincialismo, dalla incancrenita inefficienza della nostra classe politica regionale, dalla miseria e dalla disoccupazione, che significa anche la possibilità di liberarci per sempre delle sopraffazioni di una minoranza mafiosa, che come un bubbone mina alla base la nostra società, la nostra gente.

Del resto i segnali positivi ci sono, perché Partinico con le sue molteplici aziende agrituristiche la cui peculiarità sta proprio nelle bellezze territoriali da potere coniugare ai cibi, si pone da traino per l’economia turistica di questo settore. Inoltre il fatto che l’aereoporto Falcone-Borsellino sia ad appena 20 minuti di strada dà senz’altro un valore aggiunto.

Insomma, le potenzialità ci sono: questa nostra Sicilia paragonata a un fiore, come disse Friederich Maximilian Hessner nel 1829, sostenuto quasi soltanto da un gambo qual è il resto dell’Italia, dal punto di vista agroalimentare e paesaggistico può offrire molto di più della Toscana che, relativamente al turismo, ha una fetta di mercato del 30 per cento. E molto di più può offrire Partinico: la Cantina, inserita in un territorio ricco di storia e di bellezze naturali e paesaggistiche, può aiutarci a farcela. Basta volerlo.

Lions Club Partinico Serenianus Presidente: Antonio Licari
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