Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* STORIA DI PATERNÒ di Vincenzo Fallica

Lions Club Paternò Presidente: Salvatore Ciancitto

Come per Paternò, le nostre radici uniscono talvolta insieme materiali molto diversi: duri come le pietre e i mattoni dei suoi tanti monumenti, biondi come il suo grano e profumati come i suoi agrumi… “Seducente mosaico di mutevoli vedute, Paternò offre immagini di suggestiva ricchezza monumentale ed urbanistica”, ma la sua poliedricità si manifesta anche nel campo produttivo. Fertilissima nella produzione del frumento già dai tempi di Cicerone, in tempi più moderni Paternò si impone per la produzione degli agrumi. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Non si conosce bene l’origine del nome Paternò, sappiamo solo che il toponimo esisteva nel periodo arabo ed era Batarnù. Altre ipotesi formulate sono prive di fondamento. La collina fu abitata in epoca preistorica. Lo dimostrano importanti reperti conservati al locale museo “G. Savasta”, fra cui una olla del VI millennio a.C., cocci della facies di Diana, del periodo castelluciano, dell’Ausonio I e II e poi fu abitata dai greci calcidesi che colonizzarono Catania.

Numerosi reperti rinvenuti a seguito di scavi operati dalla Sovrintendenza di Catania hanno rivelato che doveva trattarsi della fiorente e ricca città di Hybla Megale cioè Hybla Major. La sua esistenza è attestata da un grande storico come Tucidide il quale afferma che gli Ateniesi al ritorno da Centuripe bruciarono le messi degli Inessei e degli Iblei. La città era sacra ad Afrodite ed un tempio, secondo la testimonianza di Diodoro Siculo, si trovava nei dintorni della collina, in prossimità delle Salinelle. Era custodito da sacerdoti indovini di sogni (hypnomantes). Di esso purtroppo non si è trovata traccia.

In epoca romana divenne città decumana, cioè soggetta al pagamento di un’imposta esatta da Roma pari al 10% del suo prodotto. Verre, il terribile propretore la spogliò di tanti tesori. Cicerone riconobbe che era una città fertilissima che produceva tanto frumento, esportato su navi onerarie a Roma.

Nel II secolo dopo Cristo il suo territorio venne attraversato da un acquedotto che trasportava le acque del Cherubino in territorio di S. Maria di Licodia fino all’acropoli di Catania, l’attuale Piazza Dante. Sempre in età romana viene impiantata una terma sulla collina di cui si conservano ancora le arcate. A Pietralonga è possibile ammirare i resti di un ponte romano che veniva attraversato da carretti pieni di sacchi di frumento. Lungo il fiume correva una strada di cui rimangono poche tracce.

Nel IV e V secolo comincia la decadenza di Hybla e forse in questo periodo cambia nome. Non abbiamo testimonianze del periodo bizantino relative a Paternò, tranne l’esistenza di due monasteri bizantini, uno di S. Maria la Scala e l’altro di S. Vito.

Durante l’occupazione degli arabi il sito venne denominato Batarnù, segno che esisteva un precedente centro antropizzato che portava un nome similare, poichè gli Arabi chiamarono con i nomi che trovarono in Sicilia i posti da loro occupati. Come era loro costume gli Arabi non risiedettero solo in collina ma fondarono dei casali come Ragalna (Rahal-ayn = Fonte del Casale) e Rahal Mesep presso l’Acqua Rossa. Si dedicarono all’agricoltura ed alla pastorizia. La fertile valle del Simeto fu coltivata a frumento, cotone, riso, lini, canapi; un luogo detto “La Luppineria” era adibito a concia dei lupini.

L’anno 1061 e la successiva conquista dell’isola da parte dei Normanni segnò un periodo di grande floridezza per la città di Paternò. Fu edificato il magnifico castello che è del 1072, dalla caratteristica forma a parallelepipedo, simile ai donjon francesi ed ai castelli scozzesi fortificati nello stesso periodo, una Chiesa di S. Maria dell’Alto, che è del 1124, una Chiesa di S. Giorgio, che è del 1086, un Monastero benedettino che è del 1072. Questi monumenti costituiscono un eccezionale UNICUM. Il Castello fu sede degli Aleramici, mentre il Monastero di S. Maria in Valle di Josaphat ebbe come suo primo abate Ugone. Chiaramente ottenne dai Normanni e poi dagli Svevi cospicue donazioni.

Bella la Chiesa di S. Giorgio del 1086 che divenne Cappella Palatina sotto Ruggero II. Essa è tutta affrescata con scene tratte dal Vangelo. Convivevano in pace nell’antico Borgo: Bizantini, Mussulmani, Ebrei, Lombardi e Latini. Il Conte Ruggero affidò la Contea che era estesa fino a Butera al cognato Enrico del Vasto, che fu il primo signore di Paternò che abitò il Castello. A lui successe il figlio Simone Conte di Policastro che fondò il Monastero di S. Maria di Licodia nel 1043. Fece parte della congiura ordita dai baroni siciliani contro Guglielmo I il Malo che lo privò dei suoi beni e lo dichiarò fellone cioè traditore. Il figlio Ruggero Sclavo tentò di riprendersi i beni del padre ma fu sconfitto e dovette lasciare l’isola. Così finisce la dinastia degli Aleramici.

Paternò tornò al Demanio e la Regina Margherita, vedova di Guglielmo, assegnò la città al fratello Roderico, cui però subentrò Bartolomeo de Lucy, il cui padre Giusberto aveva sposato Emma, una figlia di Ruggero I. Alla morte di Bartolomeo, Paternò tornò al Demanio regio ed il giovane Federico II la assegnò a Beatrice Lanza, figlia di Galvano Lanza, fedelissimo del grande Imperatore.

Nel 1250 muore Federico a Fermentino in Puglia e Paternò attraversa una fase turbolenta. Diviene dominio di Manfredi Maletta e poi di Ugone Ampurias. Con gli Aragonesi acquista nuova importanza. Grazie alla Regina Eleonora d’Angiò entra nella “Camera Reginale” (che venne costituita da Federico III d’Aragona come dono di nozze alla consorte Eleonora d’Angiò e che poi venne ereditata dalle Regine che si susseguirono, sino alla sua abolizione), con tutti i privilegi connessi.

Ma è con Bianca di Navarra che raggiunse grande splendore. Costei concesse alla città le famose Consuetudini l’11 Novembre 1405. Alla partenza di Bianca dalla Sicilia subentrò un periodo negativo per la città. Infatti il Conte Enriquez, che era amministratore di Paternò per conto del re Alfonso, vendette la città ed i suoi feudi a Nicolò Speciale regio Secreto (Ministro delle Finanze) per 20.000 fiorini. Nicolò lasciò la Contea al figlio Matteo che a sua volta la vendette a Guglielmo Raimondo Moncada nel 1456 per 22.000 fiorini.

Da quel momento la storia di Paternò si confuse con quella della potente famiglia Moncada che lascerà la città solo nel 1827 con la morte dell’ultimo suo esponente, Don Luigi, sepolto a Centuripe nella Chiesa Madre. Don Francesco Moncada nel 1566 donò al Convento di S. Francesco Serafico un importante possedimento all’interno del quale esisteva una terma romana (Lo Vagno) e anche l’orto del Conte, irrigato dalle acque di Piazza delli Canali. Don Luigi Moncada, Principe e Cardinale donò a S. Barbara la gabella della Neve e Caterina Moncada confermò il privilegio. Don Fabrizio Moncada sposò Donna Sofonisba Anguissola, una nobile cremonese, grande pittrice, che lasciò un quadro della Madonna, conservato nell’ex Monastero delle suore benedettine.

Paternò partecipò attivamente ai moti risorgimentali del 1820, del 1837 e del 1848 che ebbero luogo a Catania e a Paternò; in questa ultima città già fin dal 1815 si era costituita una vendita carbonara. Con la Unità del 1860 fu eletto primo Sindaco don Giuseppe Cara. Due anni più tardi Garibaldi passava per la via del Cassero vecchio che da lui poi prese il nome.

Dopo il 1870 vennero allo scoperto tutti quei problemi che erano rimasti sopiti: analfabetismo, pessime condizioni igieniche, miseria della classe agricola. Nel 1898 ci fu una rivolta cittadina contro il focatico (tassa di famiglia) e per poco non ci scappò il morto. Ci furono arresti e repressioni.

Durante la prima Guerra mondiale la situazione economica ebbe un tracollo. Molti contadini andarono al fronte, tanti persero la vita, altri ancora ritornarono mutilati. I morti della Grande Guerra riposano nella Chiesa di Gesù e Maria che divenne Pantheon dei Caduti della prima e seconda Guerra Mondiale.

Il Fascismo vide una ripresa dell’attività economica soprattutto nell’agricoltura. La produzione cerealicola subì un incremento per effetto dell’autarchia del regime. Un certo incremento ebbe anche la produzione agrumicola e quella del cotone. Ci furono oppositori al regime ma non si palesarono per paura delle rappresaglie. La fine del secondo Conflitto Mondiale fu disastrosa per la città. Il 14 Luglio 1943 Paternò fu bombardata con effetti disastrosi. Furono distrutti interi quartieri come quello di Montecenere e ci furono migliaia di morti.

In ricordo di quei tragici eventi alla città è stata attribuita la Medaglia d’oro al valor civile per avere dato “…costante esempio di stoico coraggio e di nobile dedizione alla Patria, offrendo, pur negli orrori e nei disastri della guerra, la più ammirevole manifestazione di elevate virtù civiche e di generoso spirito di solidarietà”.

La ricostruzione di Paternò fu lenta. Bisognò costruire le case distrutte, fare le infrastrutture, riavviare la economia e finalmente, negli anni sessanta e settanta si ebbe una vera esplosione di benessere nella città. Fu costruito il quartiere Ardizzone, si fecero scuole, uffici postali, si restaurarono i monumenti della Collina, e nacquero nuovi quartieri, centri di aggregazione ed anche il nuovo Ospedale “SS. Salvatore”.

Altra peculiarità di Paternò sono le fonti di acqua gassata disseminate per il territorio e le “Salinelle”, un caratteristico fenomeno vulcanico con le sue emanazioni sulfuree, che pare sia legato all’attività sismica dell’Etna. Le Salinelle sono tre campi di vulcani di fango, ricadenti nei territori dei comuni di Paternò e Belpasso, in provincia di Catania:

• Salinelle dei Cappuccini o dello Stadio (Paternò)

• Salinelle del Fiume (Paternò)

• Salinelle di San Biagio o del Vallone salato (Belpasso)

Il fenomeno è noto nella letteratura scientifica con il termine di “vulcani di fango”, o popolarmente col termine “salse”. In alcune aree della Sicilia ove sono presenti, vengono detti “maccalube” (famose quelle di Aragona). Si tratta si strutture che emettono gas e fango più o meno denso e per periodi di tempo molto vari: da qualche ora a diversi mesi.

Dagli studi effettuati dal secolo scorso ad oggi, spesso è emersa una stretta correlazione tra alcuni eventi sismici della Sicilia orientale, le fasi parossistiche delle “Salinelle” e la variazione anomala della concentrazione dei principali gas emessi. A partire dal 1999 è stata osservata un’intensa attività eruttiva che ha quasi sempre preceduto, di qualche mese, le eruzioni vulcaniche dell’Etna (1999, 2001, 2002, 2004 e 2006). In queste occasioni sono state eruttate notevoli quantità di fango caldo (30-40 °C) che nell’estate del 2006 hanno prodotto ingenti danni ai vicini agrumeti.

 

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