Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* MOZIA, LILIBEO, MARSALA: UNA SOLA RADICE di Totò De Simone

Lions Club Marsala Presidente: Salvatore Petitto

Quando le radici del nostro passato, ripercorrendo  le “Rotte dei Fenici”, attraversano “un mare fatto  di cristalli di luce”… esse ritrovano un legame antico  e profondo, mai spezzato, con una terra che seppur  lontana, sarà sempre più vicina di quanto si potrà  mai spiegare…(G. Catanzaro e Z. Navarra)

Quando ho ricevuto la lettera con la quale ero  invitato a scrivere un articolo sulla  “Memoria storica delle nostre radici”, i miei ricordi  sono subito andati ad una data lontana nel  tempo (febbraio del 1991) in cui il Lions Club di  Marsala dedicò un “service” su NOI ED IL LIBANO, accogliendo il pressante accorato invito, in  giorni davvero drammatici, dei Lions di quell’infelice  paese.

Per capire meglio le nostre “radici”, invitammo  quel giorno una persona splendida, di eccezionale  cultura, con parola affascinante per fantasia e  musicalità: il libanese Monsignor Joseph Khoury,  sacerdote di rito maronita, teologo alla Pontificia  Università Lateranense, docente di diritto canonico,  filosofia musulmana, di lingua araba e siriaca,  in servizio per la Santa Sede presso la Congregazione  per le Chiese Orientali.

Iniziò il suo intervento con queste parole:  “Marsala: civiltà antica, storia remota che si abbraccia  alla realtà di oggi, come un libro aperto, i cui  fogli, scritti con millenario inchiostro di porpora,  sono in ogni casa e strada, in ogni angolo e cortile, in  ogni poema e preghiera, sulle coste di un mare fatto  di cristalli di luce, simile ad un cielo rovesciato, sul  quale si legge con un alfabeto portato a Marsala da  una amica nave fenicia. Oggi mi inchino in profonda  venerazione e amore a questa terra di Marsala,  “porto divino”, luogo dove la gente del dio “El”, compagno  di Adnois e di Melquart dei Fenici, e la gente  dell’onnipotente “Allah” si sono fermate, con gaudio  ed amore.”

Poi ci parlò dei Fenici di ieri e del Libano di  quegli anni.

Conoscemmo meglio le nostre “radici” ed in  Lui trovammo un “fratello”.

È una sola la radice che attraverso le genti ed i  luoghi ha nutrito: Mozia – Lilibeo – Marsala

MOZIA

I Fenici iniziarono la loro immigrazione nel  Mediterraneo tra l’undicesimo ed il decimo secolo  a.C.; solo nell’ ultimo quarto dell’ VIII secolo  a.C fondarono a Mozia il primo avamposto commerciale  in Sicilia, cui seguirono un porto di scalo  a Panormus e, successivamente, a Solunto. Non è  facile determinare da quale luogo della madre  patria venissero i colonizzatori, ma il vasellame  trovato a Mozia autorizza a supporre che quest’ultima  sia stata quasi certamente una diretta filiazione  di Tiro. Dopo la città di Biblos – la cui esistenza  risale a ottomila anni fa – di Ougarit la dotta, di  Sidone, la splendida, Tiro nel 1200 a.C. divenne  la città principale e più forte del semitico “popolo  delle palme”, che era arrivato sul litorale del  Libano forse dall’Arabia, attraverso la Mesopotamia  e la Siria del Nord.

Tiro fu fondatrice di innumerevoli colonie:  infatti la striscia di terra che i Fenici abitavano era  troppo stretta per contenere uomini consapevoli  di avere illimitate possibilità, chiusi alle spalle da  catene montuose, abili navigatori con un mare  aperto all’avventura ed alla scoperta di nuove terre  e nuovi popoli.

Gli storici sono unanimi nell’asserire che  l’espansione fenicia non ha mai mirato, di proposito,  alla conquista, ma alla creazione di empòri su  una lingua di terra sul mare, nell’estremità di una  insenatura o su un’isoletta a poca distanza dalla  costa; luoghi facilmente accessibili dalla parte del  mare e facilmente difendibili dalla parte di terra.

All’origine erano insediamenti di scarsa estensione  ed i pochi abitanti erano dediti al “traffico”  col retroterra, al carico-scarico ed alla difesa della  merce.

Non ebbero difficoltà ad instaurare contatti ed  amichevoli rapporti con le popolazioni indigene,  sicani ed elimi, genti semplici ed occupate solo  nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame. Se  il carattere principale della fondazione era il commercio,  i fenici divennero  maestri di quell’arte,  facile ed ardua nello  stesso tempo, dando impulso  allo scambio, introducendo  nuove merci  (vetro e metalli) o  vecchie merci con nuove  caratteristiche.

Ma portarono anche  l’alfabeto e lo regalarono  al mondo, in sostituzione  della scrittura  geroglifica degli egiziani  e cuneiforme dei babilonesi;  portarono altresì  una cultura, di recente  documentata nei testi  ritrovati ad Ougarit, che  testimoniano il genio e l’invenzione dei fenici in  trattati e testi di ordine diplomatico, documenti  giuridici e commerciali, testi letterari e poemi di  ispirazione religiosa.

La inconsistenza, almeno all’origine, degli  insediamenti in Sicilia, dimostra il disinteresse  dei Fenici a competere con i Greci (che invece  miravano ad una occupazione militare per il controllo  dell’ isola); a Mozia anche i commercianti  greci erano bene accolti, come dimostra la presenza  cospicua di vasellame, di manufatti, di statue  greche.

L’influenza greca dovette essere notevole anche  nella tecnica edilizia e nella monetazione. Nella  popolazione, vi erano numerosi Greci (forse anche  mercenari, nell’ultimo periodo) e templi erano  dedicati a culti ellenici. Fenici e Greci non furono  sempre antagonisti irriducibili, se è documentata,  nelle città greche, e specie a Siracusa, la presenza  di fenici e punici i quali esercitavano il commercio.  Ed agli scambi commerciali seguivano scambi  culturali e la diffusione massiccia dell’uso della  lingua greca.

Un accenno di conflitto può essere datato  intorno al 580, e la responsabilità deve essere attribuita  esclusivamente ai greci, non ai Fenici.

I quali ultimi dovettero ben presto ricorrere,  anche a Mozia, alla trasformazione di un piccolo  insediamento in una città, con mura solide,  bastioni e torri, con la costruzione di una strada  “rimovibile” che collegava l’isola alla terraferma, e  soprattutto alla richiesta dell’aiuto armato di  Cartagine.

Tutto questo non bastò a fermare, nel 397  a.C., Dionisio che, per scardinare l’impero cartaginese,  attaccò Mozia.

La città, abbandonata anche dalla flotta punica,  fu distrutta e saccheggiata; gli abitanti trucidati,  e i greci che avevano combattuto dalla parte dei  Cartaginesi scontarono il loro tradimento con la  crocifissione.

La distruzione di Mozia non determinò la fine  della vita nell’isola, ma non vi fu mai ricostruita  una città.

I resti dell’isola, già scavati o da scavare, che  noi oggi visitiamo, sono quelli che si lasciò dietro,  fumanti, Dionisio, che si ritirò con un bottino di  schiavi ed ingenti beni.

I superstiti di Mozia si rifugiarono sul promontorio  di Lilibeo, distante una decina di miglia.

LILIBEO

Gli storici – primo tra tutti Diodoro Siculo –  concordano in generale, su tre punti, ampiamente  riscontrati dagli studi d’archeologia, e che comprovano  che la storia di Lilibeo si collega così  indissolubilmente con la storia di Mozia, da considerarla  unica, anche se in momenti e luoghi  diversi:

1. Sul promontorio di Lilibeo, prima del 397  a.C., non c’era un centro stabile ed organizzato,  ma piccoli insediamenti sporadici.

2. I moziesi sopravvissuti alla distruzione della  loro città, anche per decisione di Cartagine,  si rifugiarono su quel promontorio.

3. Nel giro di pochi anni, su quel promontorio i  Cartaginesi costruirono Lilibeo, prima munitissima  civitas, e poi civitas splendidissima.

Lilibeo, fortificata  con complessi lavori  ingegneristici, cinta da  mura assai spesse, da  torri massicce, circondata  dal mare e da un  fossato larghissimo e  profondissimo, divenne  una potente e facilmente  difendibile base militare,  che resisterà a tutti  gli attacchi, dei Greci,  di Pirro e dei Romani,  acquistando un ruolo preminente nell’eparchia  punica, seconda sola a Cartagine. Rimase punica  sino al 241 a.C. Non espugnata né distrutta dal  decennale assedio, dopo la ratifica del trattato di  pace che chiuse la 1ª guerra punica, fu evacuata  dal presidio cartaginese e consegnata ai Romani.  L’attenzione dei Romani verso Lilibeo (non assai  benevola forse per la pervicace resistenza degli  anni precedenti) si deve all’intatto sistema difensivo  della città che consentiva di mantenere, a soggetti  mutati, l’immutato ruolo strategico nel  Mediterraneo. Rimase una delle più floride e  “vivaci” città della provincia siciliana, lontana ed  estranea alle imprese di Roma. La società di  Lilibeo era eterogenea: ai Cartaginesi di “base” ed  ai Romani che vi si erano insediati, si erano  aggiunti fin dal 250 a.C., dopo la distruzione di  Selinunte, tantissimi Greci: si erano trasferiti in  massa, costituivano ora la maggioranza della  popolazione residente ed avevano imposto la loro  cultura e l’uso diffuso del greco. Un greco cattivo  e scorretto, a dire di Cicerone, che invece definì  Lilibeo civitas splendidissima.

Non si hanno altre notizie significative su  Lilibeo nel periodo romano-imperiale, sino al 440  d.C., quando la città fu devastata da una incursione  dei Vandali di Genserico, cui seguì una feroce  persecuzione della fiorente comunità cristiana e la  cattura del capo spirituale di quella chiesa: il  vescovo Pascasino.

Poi altre undici dominazioni: bizantina (535-  827), araba (827-1060), normanna (1060-1194),  sveva (1194-1266), angioina (1266-1282), aragonese  (1282-1412), spagnola (1412-1713), sabauda  (1713-1720), austriaca (1720-1734), borbonica  (1734-1860).

Di queste, per passare da Lilibeo a Marsala, è  fondamentale quella araba.

MARSALA

A distanza di secoli, altre genti semitiche, gli  Arabi, ripercorrendo il cammino che era stato  fenicio, approdano nella punta occidentale della  Sicilia. Trovano una Lilibeo languente, assalita e  saccheggiata ripetutamente nel tempo, con pochi  abitanti. Ricostruiscono in parte la città, nello  stesso perimetro in cui era Lilibeo, con una rivoluzione  nella topografia e nell’edilizia; la ricolonizzano  con un’agricoltura nuova nella tecnica e nelle  colture; ma guardano sempre al suo mare, al suo  porto, al suo scalo da e per l’Africa, attivo ed indispensabile,  al punto da far mutare il nome della  città in Marsa-Alì (Porto di Alì) o Marsa Allah  (Porto di Allah, dal signore Aba-Allah) e quindi  Marsala. Che torna ad essere grande, una tra le  dieci città di Sicilia, a detta di Edrisi, con un  emiro che batte moneta, mercati, fondachi, alberghi  e bagni pubblici.

Non dirò che questo, della Marsala di oggi: che  la lezione della storia di Mozia, di Lilibeo, di  Marsala ci consente di sperare nel prosieguo di un  cammino iniziato ventotto secoli fa. 


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