Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* SEGNI E MEMORIE DEI GRECI DI SICILIA di Enzo Traina

Lions Club Palermo Leoni Presidente: Enzo Traina

La nostra “Isola da amare” è come un impareggiabile caleidoscopio le cui immagini, diverse e tutte suggestive, hanno una loro collocazione nel tempo, nello spazio e nella memoria storica delle “radici” di cui sono vitale espressione. Il fascino che quest’isola meravigliosa ha sempre esercitato è dovuto anche alle tante opere, spesso uniche, che i popoli che in essa si sono succeduti hanno lasciato quale testimonianza del loro “passaggio”. Così è pure per i Greci, …anche quando, come nel caso di Selinunte, le rovine di quelle opere “sublimi” ma caotiche, hanno “il fascino malinconico di una landa spazzata dal vento, dominata dal lungo volo dei rapaci, su sterminate distese di cardi” (G. Catanzaro e Z. Navarra)

In questa nostra bellissima “Isola da Amare”, giorno dopo giorno vengono alla luce ritrovamenti archeologici, siti di inestimabile valore, che svelano di volta in volta la cultura di un’epoca lontana. Come in un mosaico, le tessere vengono assemblate costantemente e ciò nonostante, ancora non sono completamente decifrati i ” segni e le memorie dei Greci di Sicilia”.

La peculiarità della loro cultura e delle loro manifestazioni figurative è dovuta al fatto che la colonizzazione greca portò ad una realtà del tutto nuova, sia rispetto a quella della madre patria degli stessi colonizzatori, che a quella degli indigeni i quali vivevano in un mondo già civilizzato e con i quali i rapporti furono sempre improntati a collaborazione, interazione e integrazione: un laboratorio, sia nel campo politico, che culturale, anche per i frequenti scambi con altre genti: fenici, elimi ed altre realtà interculturali.

Il legame con la madre patria in realtà fu solo affettivo e culturale, perché le colonie, che rispondevano alla opportunità di occupare siti strategici, per vendere il surplus dell’artigianato, per controllare le risorse minerarie e le rotte marinare, avevano ampia autonomia, sia politica, che operativa.

Non v’è dubbio che i segni e le memorie di questa cultura costituiscano importanti oggetti del tema di studio distrettuale, “Sicilia, l’isola da amare”, fortemente voluto dal governatore Franco Amodeo, e che da essi non si può prescindere quando si parla della bellezza della nostra terra.

In effetti l’Isola è “una terra incredibilmente bella; qui è la chiave di tutto”, così scriveva J.W. Goethe quando fece il suo viaggio in Sicilia, ma prima di lui, nella primavera del 1806, Paul-Louis Courier, guardando da Reggio le coste della vicina Sicilia e non potendo raggiungerla, perché presidiata dagli inglesi, imprecava: “toute l’Italie n’est rien pour moi, si je n’y joins in Sicile”, e prima ancora Johann Hermann von Riedesel, con rigore squisitamente teutonico e curiosità illuministica, descrive i siti, le rovine, ma anche la condizione umana delle popolazioni con le quali viene a contatto, il profilo “greco”, perfettamente regolare, di bellissime donne siciliane, dai grandi occhi scuri pieni di fuoco e dalle rotondità formose, che anticamente hanno ispirato i culti della Venere Ericina, o di Morgantina.

È certo che il fascino che quest’isola meravigliosa ha esercitato nel tempo, è dovuto anche alle rovine degli splendidi monumenti, soprattutto greci, scoperti nei grandi siti archeologici: Selinunte, per esempio, le cui rovine “sublimi”, ma caotiche, hanno “il fascino malinconico di una landa spazzata dal vento, dominata dal lungo volo dei rapaci, su sterminate distese di cardi”.

E poi Siracusa – la pentapoli – cinque città con oltre mezzo milione di abitanti; Taormina col suo meraviglioso teatro; Akrai, che Pindaro chiamò “ la più bella città del mondo”; Mozia, nello stagnone di Marsala, che mostra ancora tutte le stratificazioni etniche e culturali avvenute nel tempo; Segesta, città èlima, poi ellenizzata, come dimostrano i suoi templi dorici; Tindari “la mite”, come la definì il poeta Quasimodo; Himera, presso la foce dell’omonimo fiume, fondata nel 648 a. C. patria di Stesicoro; Cefalù, o “Kephaloidion”, non solo ruggeriana, ma anche greca, come scriveva Diodoro Siculo. Ed ancora: Gela, Morgantina, Jaitas, Camarina, Polizzi Generosa ed altre…

La grandiosità dei ruoli rivestiti dall’isola nelle vicende storiche legate soprattutto alle genti del Mediterraneo, le cui terre sono indicate nella famosa mappa di Eberhard, è notevole. D’altronde “qui le pietre hanno parlato”, come ama dire l’ archeologo Amedeo Tullio; peccato che si faccia poco, da parte delle Istituzioni, per diffondere la conoscenza del nostro immenso patrimonio archeologico e dei suoi siti che, se opportunamente valorizzati, potrebbero essere un ottimo volano di sviluppo dell’isola, interagendo col turismo, anche in tempo di crisi.

Essi, oltre a conservare un patrimonio architettonico di inestimabile valore, svelano la cultura di epoche lontane ed il grandioso ruolo rivestito dall’isola nel cuore del Mediterraneo: un ruolo politico, economico e strategico, sia sulle coste che sulle montagne dell’entroterra. Settecento anni prima di Cristo, quando Roma ancora non esisteva e i padani vivevano ancora in piccoli villaggi, qui nacque, germinò e si espanse nel mondo, la cultura della Magna Grecia: Siracusa, Segesta, Selinunte, Himera sono i presidi dai quali (grazie a scienziati, filosofi, poeti, come Archimede, Stesicoro, Pindaro, Eschilo, Diodoro ed altri, che qui vissero), iniziarono le tappe del sapere dell’uomo, che già allora, e lo ripeto, 700 anni prima di Cristo, comprese che non era possibile, nè giusto, che procedesse solo la speculazione filosofica, così come non era possibile che sola e a sè stante, andasse avanti l’analisi matematica archimediana.

Quale fu allora il compromesso?

Coniugare insieme i momenti dello spirito, con i momenti della scienza.

E mi pare che il risultato sia stato ottimo, se quegli uomini ci hanno lasciato gli splendori che ancora oggi ammiriamo e che sono rimasti come immagini indelebili negli occhi e nel cuore di turisti, studiosi, viaggiatori, che nei secoli si sono avvicendati, rimanendo sempre affascinati, da questi segni, da queste memorie e forse da questa cultura, rimasta allo stato latente, nell’inconscio collettivo e forse nel nostro stesso DNA.

N.B.: Le foto relative a Himera, nel territorio di Termini Imerese, si riferiscono ad una recentissima campagna di scavi, ancora in atto, che ha portato alla luce una grande necropoli. La scoperta, una delle più importanti fatta in Sicilia negli ultimi decenni, si sta rivelando di particolare interesse storico-archeologico per la conoscenza dei riti funerari greci.

 


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