Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* AVOLA: DAL TERREMOTO ALLA PIANTA ESAGONALE di Salvatore Morale

Lions Club Avola Presidente: Salvatore Morale

Un evento devastante e tragico può dare vita alla rinascita di una città creando un modello urbanisticotopografico di indiscusso valore, per la Sicilia e non solo… È il caso di Avola che, distrutta dal terribile terremoto del 1693, fu ricostruita con la caratteristica pianta esagonale che, con un’intuizione per quei tempi geniale, coniugava una più valida difesa della città ed una migliore fruizione della stessa nel suo insieme, con la rispondenza ad un chiaro assetto antisismico, grazie alle sue strade larghe ed agli edifici bassi. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

In Sicilia, il disastroso terremoto del 9 e 11 gennaio 1693 colpì soprattutto il Val di Noto, cioè il territorio sud-orientale dell’Isola. Lo scatenarsi delle forze telluriche, secondo quanto scrisse un testimone oculare dell’epoca, provocò un sentimento di orrore e di terrore e la convinzione, che per quanto terribile potesse essere, il disastro non fosse che il preludio di una immensa e universale distruzione da sempre annunciata e temuta.

Ed è proprio ciò che accadde ad Avola quando il “giorno venerdì ad hore quattro e mezza di notte in circa fece un grandissimo terremoto non mai ai nostri tempi inteso”. Nella relazione ufficiale, inviata al Re di Spagna il 14 maggio 1693, Avola venne menzionata come “quedo toda destruida y arruinada” e il numero delle vittime venne notificato in 800 abitanti. Questa cifra è leggermente inferiore a quella riferita dal sacerdote Dell’Arte che parla addirittura di 500 morti il venerdì e di altri 500 la domenica.

Il sacerdote Dell’Arte narra come la città si fosse abbattuta come un castello di carte “incominciando dal castello, corona della città et in un batter si distrusse tutta la città senza restar pietra su pietra sino alle grotte di viva pietra non potendosi distinguere una casa dall’altra etiam dalli stessi padroni.”

È stata dunque “la mala disposicion de decho sitio” e la particolare disposizione delle case, addossate in modo tradizionale l’una all’altra, a provocare la totale distruzione della città e a costringere gli abitanti a spostarsi verso il litorale e più precisamente nel piano del trappeto.

Saggia fu la scelta dello stanziamento al trappeto, presso il quale vi era la possibilità di trovare sia la legna per riscaldarsi e cuocere gli alimenti, sia i recipienti necessari, sia la canna da zucchero non lavorata, sia lo zucchero appena prodotto; inoltre nei vicini campi di cannamele si poteva persino trovare il materiale per costruire pagliai. Ancor più, essendo stati i mulini distrutti dal terremoto, i sopravvissuti si potevano nutrire con l’unica risorsa disponibile, la canna da zucchero (il cui succo è ricco di vitamine e di sali minerali). Il trappeto divenne luogo di aggregazione, punto di organizzazione per la sopravvivenza, dal quale partirono le prime iniziative per la ricostruzione.

Il duca di Terranova, principe di Castelvetrano e marchese di Avola, appartenente alla famiglia degli Aragona, risiedeva in Spagna e non poteva rendersi conto personalmente della situazione, ma i suoi amministratori agirono in modo rapido ed efficace.

Il 26 febbraio, infatti, a poco più di un mese dal terremoto, si registrava a Palermo un contrat- to in base al quale venivano inviate 400 onze al Governatore di Avola e venivano nominati, per i lavori, l’architetto Frà Angelo Italia e il capomastro Antonio Vella.

Già il 12 marzo, due mesi dopo il terremoto, l’architetto gesuita Angelo Italia era sul posto per scegliere il nuovo sito e disporre la pianta della nuova Avola. Il 6 aprile, veniva posta la prima pietra della nuova Chiesa Madre e l’8 aprile venivano pagati due uomini per le 22 giornate in cui “travagliaro portando in seggia il fratello Angelo Italia”. La città era già avviata, con la sua planimetria esagonale, ed erano state individuate le aree per gli edifici principali. Lo spazio andava riempiendosi di baracche, che avevano funzioni di chiese, edifici pubblici e case, sostituite poi lentamente negli anni da costruzioni in muratura.

A prima vista, la pianta di Avola sembrava soprattutto un’icona urbana, scaturita dai trattati di architettura del Cinquecento, da apprezzare più attraverso mappe ed incisioni che sul luogo.

Invece, lungi dall’essere uno schema astratto, ereditato dal passato, la pianta esagonale di Avola rendeva possibile una difesa efficace e flessibile, mettendo in evidenza l’importanza delle fortificazioni per la nuova città e si mostrava funzionale, compatta, facile da delineare sul terreno: con le sue grandi piazze, una centrale e quattro minori all’interno delle quattro porte. Il perimetro delle mura esagonali rendeva possibile una valida difesa e le piazze assicuravano un riparo, facilmente raggiungibile, all’interno della città, in caso di terremoto.

Con le sue strade larghe e gli edifici bassi, la nuova città aveva assunto un chiaro assetto antisismico rispetto a quello antico, anche in relazione al fatto che i danni in pianura furono di gran lunga inferiori rispetto a quelli della collina.

Dal punto di vista estetico, la regolarità della pianta e l’ampiezza delle strade e delle piazze permettevano agli abitanti, a piedi o a cavallo, di fruire al meglio della città nel suo insieme.

Alle fabbriche finanziate dall’università, con i censi e le gabelle dei medesimi abitanti, si accostano le costruzioni nate direttamente dalla pietà popolare: strutture sacre il cui sviluppo architettonico è strettamente correlato alla situazione socio-economica locale e dipendente, spesso, da “disponibilità” occasionali relative a fatti e ad eventi personali.

Il barocco, acquietato da reminiscenze classiche, e qui non alimentato da “confronti” tra ordini ecclesiali, continua ad emergere nelle modanature delle finestre e dei portali settecenteschi sopravvissuti: nella facciata della SS. Annunziata, negli stucchi rococò della Cappella del SS. Sacramento della Matrice e di S. Antonio Abate.

La struttura della rete viaria entro le mura di Avola mostra una perfetta simmetria: 5 strade verticali e 5 orizzontali e un sistema modulare di isolati, che permette la loro suddivisione per due o per quattro, aperti a secondo delle esigenze, senza compromettere l’impressione di regolarità.

Il Re di Spagna, nel settembre del 1693, poteva già citare l’esposto del marchese di Avola, secondo cui “la comunità si era riformata come prima, con la sola differenza d’essere le case di legno e coperte di tegole, distinguendosi su ogni altra località baronale danneggiata tanto che chi ha visto il nuovo paese ha espresso il massimo elogio per la cura e l’alacrità degli abitanti”. La città esagonale costituisce un importante contributo della storia urbana della Sicilia per la comprensione degli avvenimenti legati al terremoto del 1693 e per l’analisi dei meccanismi che caratterizzarono la ricostruzione e la ripresa sociale di Avola.

A disegnare Avola, è stato Frà Angelo Italia. A dare forma alla città esagonale, la pietra: blocchi di calcare bianco resi ambrati alla luce e che, armoniosamente composti, creano quei riferimenti spaziali che ne completano l’identità urbana. Tufo, col quale si realizzano anche altri centri degli Iblei, che ha consentito lo sviluppo di un’edilizia con facciate concave e convesse e balconi dalle mensole intagliate con volute d’acanto e con figure intrise di teatralità. Pietre segnate ormai dalla loro stessa età e che rendono fragili le città della rinascita:”luoghi di pietra”, costruiti con creatività ed esuberanza, ma anche con sacrifici che meritano rispetto. Città, cui l’evento sismico ha sepolto la “memoria”, ma che, ricostruite nello stile ad esse contemporaneo, costituiscono, nella loro diversità e specificità, uno dei momenti più alti dell’architettura in Sicilia e un interessante capitolo dell’arte europea.

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