Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* IL MONTE PETRARO di Vittorio Scavo

Lions Club Giardini Naxos Valle dell’Alcantara

Presidente: Francesco Cacciola

Le radici della nostra memoria sono, molto più spesso di quanto pensiamo, forti come la roccia e profonde come il mare della nostra bellissima isola. Nelle pagine che seguono la roccia alla quale idealmente si ricollegano è il Monte Petraro, una collina pietroso-rocciosa di forma piuttosto piramidale ed il mare è quello della rada di Giardini Naxos in cui si specchia. Una montagnola tutta particolare, è il monte Petraro che, per dirla con l’autore, “da tempo immemorabile parla, con il mito di cui è pregna, al mito che vive in ogni essere umano sol che noi provassimo ad osservarla con una certa attenzione ed interesse”. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

PREMESSA

C’è una collina in territorio di Taormina e Castelmola che si specchia sulla rada di Giardini Naxos, speciale e originale, che con la sua conformazione piramidale, quasi isolata nel contesto orografico, sembra una montagna. Una montagnola, in effetti, tutta particolare che da tempo immemorabile parla, con il mito di cui è pregna, al mito che vive in ogni essere umano sol che noi provassimo ad osservarla con una certa attenzione ed interesse.

DESCRIZIONE DEL LUOGO DAL PUNTO DI VISTA OROGRAFICO

Il Monte Petraro (così viene denominato anche nella parlata locale) è una collina pietroso-rocciosa di forma alquanto piramidale; tuttavia è pure oggi evidente come nel tempo tale forma si sia lievemente deteriorata a causa di frane e smottamenti che ancora a breve memoria d’uomo vengono ricordati (è interessante ascoltare il racconto molto puntuale del signor Gullotta, che abita nelle immediate vicinanze, a proposito di frane avvenute, come egli stesso ricorda, molto recentemente e parecchi decenni fa raccontategli da suo nonno che parlava anche di ritrovamenti di vasellame di “tipo antico” e di altro materiale fittile molto bello “disperso” dai proprietari del fondo presso cui lavorava).

Alta circa 476 metri s.l.m., è posta all’interno di una cintura di monti lievemente più elevati che le fanno da sfondo (la parte terminale Sud dei monti Peloritani), mentre dall’ipotetico punto di osservazione posto a Naxos, sorge in posizione Nord-Ovest.

Da questo medesimo punto di osservazione alla nostra destra, verso Est, notiamo in lontananza la costa calabra e ruotando lo sguardo lievemente verso sinistra, cioè Nord e Ovest, abbiamo il mare dello Stretto di Messina, il Capo Taormina, il Monte Tauro (su cui sorge Taormina), Castelmola (il cui nome richiama la forma dell’ammasso roccioso su cui sorge), Monte Venere (o Veneretta) e continuando a girarci verso Ovest si posiziona la cintura montuosa con altre sommità verso Francavilla di Sicilia con il Monte Soro che domina in lontananza, e la vallata del fiume Alcantara che si incunea e si apre pian piano in una grande distesa di verde pianeggiante. Proseguendo con lo sguardo al di là del fiume, in posizione Sud-Ovest, ecco ergersi, dominatore, il più grande vulcano d’Europa, l’Etna, ideale prosecuzione di quei monti, il quale dall’alto dei suoi oltre 3360 metri degrada molto dolcemente verso il mare perdendosi in lontananza tra Catania e Siracusa.

TOPONIMI E RIFERIMENTI STORICI

Della prima colonia greca di Sicilia tutto è stato detto di quanto finora si è scoperto, nulla pertanto diremo di Naxos ancora solo per ripeterci. È importante, al fine di inquadrare meglio l’argomento di cui ci stiamo occupando in un contesto storico, ricordare che a Naxos sorgeva un tempio dedicato alla dea Venere, sorto su un precedente tempio dedicato alla stessa divinità e andato distrutto dopo una rovinosa alluvione del torrente S. Venera che lo sommerse di terra e sabbia.

L’intero territorio sotto i Greci è stato interessato al culto di questa divinità della bellezza, ma soprattutto dell’eros e della fertilità. È vero che non tutti gli storici concordano sulla funzione di questo culto che noi invece associamo a quello di Astarte e della fenicia Amastris. Va da sé che è normale supporre il passaggio di un culto legato all’eros e alla fertilità dall’oriente verso occidente attraverso i Greci prima ed i Romani poi. Prima di loro un altro culto legato alla terra e ai suoi frutti e agli uomini domina tutta l’area del Mediterraneo: è quello della Madre Terra, Demetra o la Grande Madre. E Demetra richiama inevitabilmente Kore, Persefone, cioè culti molto più antichi dei più conosciuti di origine greco-romana.

Due siti, uno indagato e riconosciuto dagli studi archeologici, l’altro solo ipotizzato dal sottoscritto, ma basato su emergenze di natura archeologica, possono dimostrare le affermazioni di cui sopra.

Il primo forte indizio è dato dai ritrovamenti di Francavilla di Sicilia avvenuti nel 1979 quando vennero alla luce i resti di un insediamento antichissimo con il rinvenimento di una spropositata quantità, per l’importanza finora data al luogo, di materiale fittile raffigurante prevalentemente Demetra e Persefone, e Afrodite-Venere presente a Naxos. Molto materiale rinvenuto è probabilmente più antico di Naxos a dimostrazione che il luogo poteva essere punto d’incontro di genti legate al culto della Dea Madre. Gli storici dell’antichità, ad esempio Diodoro Siculo, parlano della popolazione sicula che abitava il territorio ben prima che vi si stanziassero i Greci di Naxos, proprio i Siculi che condividevano con altri popoli del Mediterraneo conoscenze e culti religiosi che a volte potevano assumere caratteri localistici.

Il secondo indizio lo troviamo dentro la rada di Giardini Naxos dove, sul tratto di arenile prospiciente la chiesa di S. Pancrazio, lungo la linea della battigia, si potevano notare (ora non più a causa della sabbia di riporto artificiale portata per creare una spiaggia pubblica) intagliati nella platea rocciosa dei vasconi circolari ben ordinati che interferiscono con l’acqua del mare. Chi avesse visto i luoghi della tradizionale concia delle pelli e la colorazione delle stoffe di Fez in Marocco, vi riscontrerebbe una evidentissima somiglianza di forme e funzioni.

Da qualche parte ho letto che a Fez si colorano le stoffe secondo i metodi degli antichi fenici. Sappiamo altresì che i Fenici ebbero numerosi approdi lungo le coste del Mediterraneo e la rada di Giardini Naxos aveva certamente le caratteristiche idonee perchè i commerci e gli scambi culturali avvenissero con gli indigeni. Le colline sopra Giardini Naxos si confondono con quelle del territorio di Taormina, tant’è che per un’ ampia fascia comune vengono denominate nella parlata locale “Mastrissa” che è l’intuibile corruzione dialettale dell’Amastris fenicia. Il monte più alto sopra Mastrissa è chiamato Vinniretta: il Monte Venere delle carte geografiche. Può interessare sapere che Plinio parlava del vino di Taormina catalogandolo tra i quattro migliori vini dell’impero romano. Il vino, Bacco-Dioniso (culto orientale), le origini di Naxos legate al vitigno già presente nel territorio (quindi pre-greco) e cioè inevitabilmente importato dal commercio fenicio, tanto che ancora oggi si favoleggia il vino della Mastrissa (media collina soleggiata), i culti molto legati alla terra fertilissima come è la vallata dell’Alcantara, concordano tutti su quanto emerge in merito al Monte Petraro.

Ricapitolando in sequenza dai monti al mare, noi oggi abbiamo questi toponimi: Monte Venere, Matrissa, torrente S. Venera, chiesa di S. Venera (altri studiosi concordano nel riconoscere nel culto di Venere in varie località della Sicilia i toponimi attuali, con gli antichi significati transitati nel cristianesimo), tempio di Venere a Naxos dove si celebrava, come afferma l’autorevole Pietro Rizzo, il rito della fertilità attraverso l’omaggio alla divinità di pudenda di pietra in forma fallica o di uovo.

La denominazione di Monte Petraro, con l’evidente significato, è presente in varie località della Sicilia e in una, in provincia di Ragusa, è associata a S. Venera, ma rimane unica nell’abbinamento a significati che si perdono lontanissimi nel tempo.

SALIAMO IN CIMA E SCOPRIAMO IL MONTE

Una breve scalata partendo da contrada Trupianu attraverso terreni privati coltivati o incolti, ci porta in cima da dove è possibile ammirare un panorama che banalmente definiremmo mozzafiato; in effetti, istruiti delle cose anzidette, avviene l’inevitabile incontro con il mito poiché la presenza del Vulcano, che osserveremo da una altezza insolita in totale assenza nelle vicinanze di manufatti umani, ci ricorderà che il dio viveva in questa sua casa, forgiando armi e producendo rumori cupi, in compagnia della sua bellissima moglie che non poteva che essere Venere/Astarte/ Amastris di epoche e luoghi lontani.

Subito possiamo notare, in cima alla piccola piattaforma sulla vetta (una parte di essa verso nord-est è franata trascinando più a valle tegole piane di grandi dimensioni aventi la stessa composizione e forma di altre rinvenute a Naxos), un accenno di crepi doma, cioè la base e la platea di un tempietto. Lungo le pendici in tutte le direzioni incontriamo resti/reperti di manufatti antichissimi: tegole, pezzi di vasellame di varie dimensioni e pregio come basi di appoggio, anse, imboccature di vasetti delicate e raffinate con colorazioni nero-rosso o terracotta graffiata. Man mano che ci si avvina alla sommità vi sono piccoli massi di pietra lavica che ad una più attenta osservazione si rivelano sbozzati, un tempo certamente levigati di forma tondeggiante come dei piccoli rocchi di colonne; qualcuno potrebbe sembrare l’echino del capitello dorico. Assolutamente inconsueta la presenza, (oltre che per la forma), di massi di pietra lavica che è possibile trasportare faticosissimamente dalla colata lavica di Naxos distante parecchi chilometri. Anche un altro tipo di roccia sedimentaria presente in una zona lontana dal Monte ci deve convincere che, specie per i mezzi di allora, il luogo doveva essere molto importante per giustificare una tale fatica di parecchie persone.

Il lato prospiciente il mare, da Naxos, presenta una concavità naturale con un accenno di sentiero che a zig zag comodamente permetterebbe di ascendere alla sommità.

Vista da lontano  ricorda la forma di una vagina, grande come la vagina della Madre Terra, appunto.

In effetti questo accostamento può sembrare una forzatura a priori, ma va considerato che in epoche remote, quando il mito era forse molto di più che una semplice religione, ciò costituiva il principio base della sopravvivenza e non è casuale che tutti i popoli della Terra abbiano dato ampio risalto al femminile e ai suoi frutti.

Un altro particolare molto evidente e significativo è la presenza dentro l’area del presunto tempietto di un cunicolo di sezione quadrata protetto e reso sicuro da conci angolari e perfettamente squadrati, la cui profondità si perde nell’inesplorato.

Tuttavia lungo il lato nord-ovest tra le rocce si aprono delle profonde fessure che lasciano supporre un collegamento con il cunicolo. Se ciò fosse vero sarebbe dimostrato (altrimenti non si capirebbe il senso di una tale costruzione) che il tempio, ad esempio, poteva servire per qualche rito misterico/iniziatico dove un fumo proveniente dal sottosuolo e la conseguente apparizione improvvisa di un simulacro o forse l’amplificazione di suoni che dovevano apparire ancestrali, determinava nei fedeli o nell’iniziato una forte e convincente emozione.

CONCLUSIONE ED ESORTAZIONE

Più di una volta mi sono recato sul luogo descritto e sempre più ho avuto conferma delle mie ipotesi che ho potuto anche confrontare con le annotazioni ed i ritrovamenti di uno studioso locale circa la zona di Francavilla di Sicilia: il professor Salvatore Di Marco al quale si devono le segnalazioni relative al sito archeologico di questo paese. Ho scalato il Monte con altre persone con identico interesse e cultura umanistica e sempre ci sono stati gli stessi riscontri.

Si sa di un “accanito interesse” di alcune persone, non certo innamorate dell’Umanesimo, che probabilmente hanno portato via i reperti più interessanti.

A mia conoscenza so di un vincolo paesaggistico dell’area del Monte Petraro che, lo dicono alcune costruzioni di speculazione edilizia, non è stato adeguatamente fatto rispettare. Se caso mai ci sia stato uno studio della Soprintendenza ai beni archeologici, sconosco del tutto la pubblicazione scientifica che sarà per questo avvenuta in gran riserbo.

Sarebbe auspicabile un appropriato interesse che vada ben oltre il mio benevolo dilettantismo.


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