Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* TRECASTAGNI di Concetta Ambra

Lions Club Trecastagni Presidente: Salvatore Ardizzone

Nell’«Isola da amare» ci sono luoghi nei quali spazio e tempo possono annullarsi nella contemplazione di un paesaggio o di ciò che resta di un antichissimo passato. Così succede a Trecastagni, piccolo centro alle falde dell’Etna, che offre al visitatore attento la possibilità di “guardare lontano”, …nello spazio, sino a scorgere, quasi per incanto, la costa calabra nelle giornate più limpide, e …nel tempo, sino a ritrovare le più antiche radici della sua lunga storia risalente ai Sicani. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Trecastagni è una ridente cittadina che oggi conta circa 10.000 abitanti; posta alle pendici dell’Etna ad una altitudine di 586 metri sul livello del mare, gode di una magnifica esposizione, guarda lo Jonio dalla costa di Taormina alla punta di Augusta e l’occhio attento del visitatore, quando il cielo è limpido, può intravedere anche le lontane coste calabre.

L’etimologia del nome è incerta; molti studiosi hanno elaborato diverse teorie: alcuni lo fanno derivare da “TRIUM CASTRORUM” cioè tre antichi casali o accampamenti, altri da “TRE CASTI AGNI” in onore dei tre Santi Martiri Alfio Filadelfo e Cirino che vi sostarono prima di essere condotti a Lentini dove subirono il martirio, altri ancora da “TRE CASTAGNI” cioè tre secolari castagni che pare si trovassero dove oggi sorge il Santuario dei tre Santi Martiri.

Tra tutti i paesi che sorgono nella fascia jonica, di cui troviamo traccia in Omero, Virgilio, Plinio, Didimo, Trecastagni è storicamente il più antico.

Fu abitato dai Sicani, secondo quanto narrato da Diodoro Siculo, poi successivamente dai Siculi, dai Greci, dai Romani.

L’Abate Amico nel suo «LEXICON» parla di un antico Castello che sorgeva a Trecastagni in contrada Tre Monti e di antiche Terme, di epoca romana, su Monte Urna.

Queste notizie trovano ancora conferma nella “Storia di Sicilia” dell’Abate Ferrara, il quale precisa di aver potuto costatare che i ruderi esistenti di tali costruzioni, fossero di origine romana.

Nel 1641 Re Filippo IV d’Aragona ne dava investitura principesca a don Domenico Di Giovanni da Messina, insieme alle terre di Viagrande e Pedara.

Da tale epoca Trecastagni assunse per stemma quello del suo Signore, cioè “Scudo d’azzurro con spiga d’oro trattenuta da due leoni affrontati dallo stesso metallo, nutrita sopra una zolla naturale movente dalla punta Corona di principe del Sacro Romano Impero”, divenendo sede di un piccolo Stato feudale, dove il signore del luogo fece costruire un Palazzo principesco nel 1666, ed un Convento di Francescani con attigua una Chiesa, in cui ancora oggi si possono ammirare due magnifici altari lignei sapientemente scolpiti, di pregevole fattura e di rilevante valore storico artistico, ed il monumentale sepolcro, in pregiati marmi, con mezzobusto del principe Domenico III Di Giovanni, suo fondatore.

Il Casato del principe Di Giovanni durò appena 59 anni e si estinse in quello degli Alliata di Villafranca, a seguito del matrimonio dell’ultima principessa di Trecastagni Anna Maria IV con il principe Giuseppe Alliata e Colonna di Villafranca.

Ricco è ancora oggi il patrimonio architettonico e monumentale che si può ammirare a Trecastagni.

In tale contesto particolare rilievo assumono le Chiese, sorte tra il 1400 ed il 1600, quali la Matrice dedicata a S. Nicola di Bari, la Chiesa Del Bianco o di S. Maria dell’elemosina, la chiesa di S. Antonio da Padova, il Santuario dei Santi Martiri Alfio Filadelfo e Cirino, ed altre ancora.

 

LA MATRICE

 

Tra tutte queste Chiese, la più bella a mio avviso, sia per la sua struttura, che per la sua posizione è la Chiesa della Matrice o di S. Nicola di Bari, patrono del paese.

Essa si erge sul più alto colle di Trecastagni, visibile dai vari luoghi etnei ed anche da Catania e sembra essere stata posta in quella posizione quasi a protezione di tutto il territorio.

Sorse sopra l’area dell’antica Chiesa di S. Maria della Misericordia, e risale al 1400.

Ne abbiamo la prima memoria storica nella Bolla di Papa Eugenio IV che, nel 1446, ordinava che essa concorresse alle rendite della Collegiata di Catania. Fino al 1832 aveva giurisdizione sull’antica parrocchia di Zafferana Etnea; la quale, quando fu elevata a chiesa maggiore, curata dal nuovo Comune, rimase nei confronti della Matrice di Trecastagni tributaria di un torcetto di cera; esso veniva presentato all’Arciprete di Trecastagni, nel giorno della festa di S. Nicola, dal parroco di Zafferana il quale doveva tenerlo in mano accesso durante tutta la cerimonia solenne.

La facciata principale, rivolta verso est, si presenta con le caratteristiche tipiche di molte chiese risalenti allo stesso periodo storico, esistenti nella provincia etnea, cioè con un gioco di chiaro scuro scaturente da un fondo chiaro accostato al nero del basalto lavico.

L’imponente portale lavico in stile barocco è costituito da colonne binate e dal timpano arcuato che poggia sui capitelli e che si spezza al centro, dove trova spazio una finestra rettangolare, anch’essa in pietra lavica.

Il campanile costruito con grande estro, fu incastrato sul tetto della chiesa, dopo il terremoto del 1693 che distrusse la vecchia torre campanaria, e si erge a ben 63 metri sull’asse della sottostante piazzetta Abate Ferrara.

Entrando nella Chiesa il visitatore si trova immerso in uno spazio dove ogni distanza, ogni rapporto è proporzionato, dove la luce e le ombre si alternano seguendo una perfetta simmetria ed un progetto ben equilibrato.

L’interno della Chiesa si compone di tre navate a croce latina sostenute da 12 pilastri in pietra lavica sormontati da archi a tutto sesto anch’essi in pietra basaltica, compresi i due archi trionfali che separano la navata centrale dall’Abside e i due più piccoli delle navate laterali.

Elementi di spicco, e per bellezza e per fattura, sono gli altari delle absidi delle navate laterali.

L’abside di destra, che ospita l’altare del Crocifisso, è un prezioso scrigno che racchiude in sé splendidi stucchi abbinati a bassorilievi di scuola serpottiana, e danno vita a scene della passione di Cristo; il tutto è sormontato da un pregevole affresco raffigurante Gesù nell’orto degli ulivi, opera dell’artista Pietro Paolo Vasta.

L’abside di sinistra, impreziosita anch’essa da bassorilievi che rappresentano scene dell’antico testamento, ospita un bellissimo altare intarsiato con pregiati marmi; il soffitto dell’abside è affrescato con l’immagine dell’Agnello Pasquale.

Altri pregevoli affreschi si possono ammirare nelle navate laterali, quali “il battesimo di Gesù nel Giordano”, opera di Archimede Cirinnà, “La visitazione dell’apostolo Pietro a Sant’ Agata in carcere” opera del maestro Raffaele Stramondo, ed altre ancora.

Fra le tele ed i quadri sono da notare un “S. Nicola di Bari” opera di Zacco, una “Madonna del Carmelo” di Alessandro Vasta, un “San Giuseppe” di scuola napoletana che si ritiene possa essere del Caracci.

La chiesa inoltre custodisce molte statue lignee del 1700, quali un San Giuseppe artigiano col Bambino, un San Nicola di Bari, e la Madonna del Carmelo di Alessandro Vasta, recentemente restaurata. Altro gioiello della chiesa è l’imponente organo, allocato sopra l’altare centrale, risalente al 1725 costruito da Michele Andronico, e successivamente arricchito, nel 1824, da Giovanni Patanè da Acireale.


BIBLIOGRAFIA:

Santo Policastro “La Sicilia, le sue città, la regione siciliana”

Vito Zappalà Nicolosi “Trecastagni e i Santi Martiri Alfio Filadelfo e Cirino…”

Abate Amico “Lexcon”

Abate Ferrara “Storia di Sicilia”

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