Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* LA FIGURA DI SAN CALOGERO di Pellegrino Mortillaro

Lions Club Sciacca Presidente Antonino Arangio

Sciacca e Termini Imerese, due città con radici idealmente comuni… Radici robuste e generose, forse di un’unica pianta, nutrita dalla stessa linfa vitale che si è idealmente “trasformata in acqua”, quella calda e benefica delle terme… “materializzata in carta”, quella che, usata con estro e maestria dà vita ai carri allegorici che a Carnevale festosamente attraversano le vie delle due città… “solidificata in roccia”, quella compatta dei monti che portano lo stesso nome perché legati ad un personaggio ascetico, San Calogero, che lasciò, col suo esempio di assoluta dedizione a Dio, una traccia indelebile del suo passaggio terreno nella storia e nel cuore delle due città. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Particolarmente venerata è, a Sciacca, la figura dell’eremita Calogero per il fatto che nel territorio di Sciacca egli si soffermò a lungo, morendovi nell’anno 561 dopo 35 anni di permanenza sul Monte Cronio, monte che in suo ricordo prende anche la denominazione di Monte San Calogero.

La sua vicenda si snoda alla fine del V secolo, periodo in cui la religione cristiana, pur essendo penetrata nell’interno della Sicilia secondo le direttrici Catania-Gela e Siracusa-Agrigento, stentava a consolidarsi ad ovest di tali zone. Si colloca proprio in questo contesto l’arrivo a Sciacca di San Calogero, la cui azione di apostolato fu fondamentale per la diffusione del cristianesimo in questa parte dell’isola.

I pochi documenti sulla sua figura si fondano soprattutto sugli Inni del monaco Sergio del secolo IX: essi risalgono al tempo dell’invasione musulmana e sono stati ritrovati nel 1600 in un vecchio codice nel monastero basiliano di S. Filippo di Fragalà, in provincia di Messina. Tali documenti indicano Calogero profugo in Sicilia da Calcedonia (città sullo Stretto del Bosforo, di fronte a Costantinopoli). Dopo le persecuzioni dei primi secoli, si andavano diffondendo nel quarto secolo le eresie circa la divinità e la natura stessa del Cristo, sicché, dopo una serie di altri Concilii, proprio a Calcedonia si era tenuto il Concilio del 451: qui furono prese in esame le empie dottrine del vescovo Ario, secondo cui Cristo altri non era che una semplice creatura umana, per quanto vicina a Dio. Le tensioni religiose furono ulteriormente aggravate dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 e dalla rottura dei rapporti del Patriarca di Costantinopoli col Papa, sfociata nello scisma del 483- 518 e nella persecuzione di quei vescovi che non vollero sottomettersi alla volontà del Patriarca. Fu proprio in questo clima arroventato che nacque, anche se non sappiamo la data precisa, San Calogero. Dopo i fatti accennati, non potendo più professare tranquillamente la fede cattolica, un gruppo di fedeli, di cui facevano parte Calogero (che non apparteneva alla gerarchia ecclesiatica), Gregorio e Demetrio (indicati come vescovo e diacono), si diresse in Sicilia e sbarcò a Lilibeo (Marsala). La scelta del luogo fu sicuramente dettata dal fatto che il vescovo di questa città era stato il Presidente del Concilio di Calcedonia e, pertanto, in questa sede si era certi di trovare quella devozione alla Santa Trinità che era stata affermata in quel Concilio. Oltretutto la Sicilia nel 491-496 sotto Teodorico viveva uno stato di relativa calma dopo la ferocia bestiale delle incursioni vandale del 440 e di quelle che si succedettero dal 455 al 533, salvo la pausa prima accennata.

Una volta in Sicilia, Gregorio rimase a Lilibeo col suo diacono (poi cadranno martirizzati dalle scorrerie dei Vandali), mentre Calogero iniziò la sua opera di evangelizzazione spostandosi tra Salemi, Palermo, Termini Imerese, Fragalà, Lipari, Lentini, Agrigento, Naro e Sciacca, lasciando ovunque il segno del suo passaggio, come testimoniano le tante grotte e località legate al suo nome, tanto che si diffuse la credenza che ci siano stati più di un Santo con questo nome. Addirittura in qualche posto come Agrigento, Naro, Campofranco, S. Salvatore di Fitalia (dove è patrono) si parla di un “Nero Taumaturgo”, definito erroneamente “nero” sol perché creduto proveniente dall’Africa. Del resto la mancanza di documenti fino al 1600, quando furono trovati gli Inni di Sergio, favorì certamente qualche falsa credenza.

Sempre secondo i già citati Atti, San Calogero, dopo 35 anni di permanenza sul monte, stremato dalle fatiche, dagli anni, dai digiuni e dalle penitenze, si chiuse in isolamento, cibandosi solo del latte della cerva che “l’arciere Sierio” inconsapevolmente uccise. Calogero sopravvisse ancora 40 giorni alla perdita dell’animale, finché Sierio lo trovò morto la sera del 17 giugno del 561. La salma del Santo fu seppellita dagli abitanti di Sciacca nella stessa grotta che lui aveva abitato e a continuarne l’opera rimase, come suo successore e suo erede spirituale, lo stesso Sierio.


Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: