Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* CONSOLIDA: UNA PIANTA E UN LUOGO, TRA STORIA, MITO, FILOSOFIA E LETTERATURA di Ubaldo Riccobono

Lions Club Agrigento Host Presidente: Salvatore Bennici

Talvolta accade anche che le nostre radici vadano ricercate proprio nelle radici… di una pianta, la “Consolida”, per esempio, che ha dato il nome ad una nota contrada di Agrigento e che suscitò in Goethe un così grande interesse da spingerlo in quella provincia alla ricerca del prototipo originario di tutte le forme vegetali. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Con il suo viaggio in Sicilia cosa aveva cercato di così determinante Johann Wolfgang Goethe, da fargli esclamare «l’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto»?

Due cose innanzitutto: la visione del mondo classico (sintetizzata nella felice espressione presente nella Villa Giulia di Palermo: «tutto richiamava ai sensi e alla memoria l’isola beata dei Feaci» 7 Aprile 1787) e la ricerca della pianta originaria («presto avrò messo a punto le mie idee sulla pianta originaria; temo soltanto che nessuno voglia riconoscervi tutte le altre piante terrestri» Napoli, 25 Marzo 1787, 3 giorni prima della traversata per Palermo).

Non fu, dunque, soltanto il desiderio di ripercorrere le orme paterne in suolo italico o l’amore per il Bel Paese assimilato dal suo maestro, il monaco pugliese Domenico Giovinazzi, né l’ansia poetica di visitare la nazione dove fiorivano i limoni, avvertita imperiosamente sul Gottardo.

A 37 anni, il “nordico fuggitivo”, alle prese già con l’opera incommensurabile “Faust”, sentì prepotente il bisogno di una rinascita intellettuale e d’artista, che soltanto la Sicilia, come completamento dell’anima, seppe dargli per sua stessa ammissione («il convincimento dei sensi e dello spirito che qui fu, è e sarà la grandezza»).

Per il suo viaggio nella classicità dell’isola omerica, Goethe s’era fatto accompagnare dal suo connazionale, il pittore Christoph Heinrich Kniep, che aveva il compito di riprodurre quanto di rimarchevole avrebbero trovato sul loro cammino.

I due raggiunsero Girgenti – l’antica Akragas e l’attuale Agrigento – il 23 aprile del 1787 e ne ripartirono il 28, ospitati per quattro giorni dalla famiglia del barone Celauro, studioso autodidatta della natura che lo mise a parte sui segreti e i misteri di una pianta antichissima, chiamata dai romani Consolida.

Questa e altre esperienze in suolo siciliano gli avrebbero fatto successivamente affermare sul saggio Verfasser teilt Geschichte seiner botanischen Studien mit: «Così fu che in Sicilia, meta estrema del mio viaggio, ebbi la piena rivelazione dell’identità originaria di tutte le parti che costituiscono la pianta».

L’idea della Urpflanze, il prototipo originario di tutte le forme vegetali, gli era nata a Padova, nella grande varietà di specie vegetali dell’Orto Botanico più antico d’Europa: «acquista nuova forza la congettura che tutte le forme vegetali abbiano potuto svilupparsi da un’unica pianta», anche se aveva confessato allora «a questo punto della mia filosofia botanica mi sono arenato, e non vedo ancora in che modo districarmi».

Fu certamente quella pianta mitologica siciliana, che ai suoi tempi si poteva rinvenire in grande varietà di forme, dai paesi del Mediterraneo fino al Baltico, che diede linfa alla sua idea del formarsi di ogni organismo animale o vegetale da un unico archetipo, e all’estrinsecazione del suo concetto filosofico della natura quale abito vivente della divinità («c’è in lei una vita eterna, un eterno divenire, un moto perenne»).

Tuttavia l’episodio della rivelazione della pianta, come tantissimi altri, non fu evidenziato nella sua opera, Viaggio in Italia, perché lo scrittore tedesco pose mano alla narrazione del suo itinerario italico – avvenuto dal 3 settembre 1786 all’aprile del 1788 – ben 28 anni dopo il suo ritorno in patria a Weimar, forse volendo circondare di un alone di mistero i suoi studi e dare più originalità alla genesi della sua concezione.

Comunque, decisiva consapevolezza nelle sue teorie filosofiche la ebbe dal fatto irripetibile di trovarsi nella terra di Empedocle, il più grande filosofo della natura, che aveva dedicato una somma eccezionale di osservazioni ai fenomeni naturali, dalla botanica alla zoologia e alla fisiologia, esponendo originali concezioni sulla evoluzione degli organismi viventi. E la scoperta della pianta, con la quale Empedocle aveva curato i suoi concittadini, gli sembrò strabiliante, come se egli si fosse trovato nel cuore dell’antichità, facendo un salto di millenni. Ostile al meccanicismo, egli trovò nella visione ciclica empedoclea, che riusciva a contemperare l’Essere (l’Uno di Parmenide) con il Divenire (con i “cangiamenti” continui delle quattro radici – fuoco, terra, acqua, aria – in virtù delle forze motrici aggreganti e disgreganti di Amicizia e Astio), un precedente eccezionale per costruire la sua teoria della metamorfosi universale, come divenire intimamente spirituale; in ciò sollecitato ancor più dalla novità e dalla varietà della flora mediterranea.

Al di là della condivisione o meno del naturalismo panteistico goethiano, o della certezza che la pianta agrigentina possa essere stata davvero quella originaria preconizzata da Goethe, appare inconfutabile che la Consolida, molto conosciuta dai greci, come dimostra l’etimologia del suo nome scientifico “Symphytum Officinale? , risalisse alla notte dei tempi. Da sempre usata per curare le fratture e le ferite, per le sue capacità di rimarginarle, le sue proprietà naturali ne fecero anche un efficace colorante, grazie al colore dei suoi fiori che variavano dall’azzurro al violetto: particolare che entusiasmò lo stesso Goethe, nella cui “teoria dei colori” si rivela lo stesso atteggiamento conoscitivo dei fenomeni naturali.

Si tramanda che Falaride, l’esecrato tiranno dell’antica Akragas, che fece la sua polis molto potente riuscendo a governare tutta la Sicilia, usasse indossare vestiti colorati con la pianta; e, quando la sua tirannide venne rovesciata, ad Akragas fu imposto il divieto di utilizzare la pianta come colorante e d’indossare vestiti di colore celeste.

Ma non era sempplice posa quella del tiranno, perché il colore celeste costituiva un segno significativo di potenza, che s’era tramandato di generazione in generazione, essendo legato al culto e ai miti di Zeus, venerato da sempre nella polis akragantina, dove esistevano ben tre templi dedicati al padre degli dei: Polieo, Atabirio, Olimpico.

È certo in ogni caso che la pianta all’origine crescesse in abbondanza in una contrada acquitrinosa, in un sito abitato da ninfe, una delle quali di nome Asterope era stata sedotta da Zeus. Da questa unione era nato il gigante Akragas, che, ribellatosi al padre, fu poi trasformato nel fiume omonimo, dando anche il nome alla città.

La contrada, dove cresceva la pianta, era una zona alluvionale degradante verso due sottostanti valloni imbriferi, nei quali scorrevano i due fiumi sacri, l’Akragas e l’Hypsas. Dei luoghi il premio Nobel Luigi Pirandello, nel romanzo “I vecchi e i giovani”, offre una sintetica quanto interessante descrizione: «A destra si levava fosco e imminente monte Caltafaraci; più in là, in fondo, il San Benedetto; quindi s’allargava il piano di Consolida e, a mano a mano, sempre più verso ponente, il pian di Clerici, di là della montagna di Carapezza e di Montaperto più qua. Giù, dirimpetto, la Serra Ferlucchia, gessosa, mostrava le bocche cavernose delle zolfare e i lividi tufi arsicci dei calcheroni spenti».

Lo scrittore agrigentino conosceva molto bene la contrada, perché vi passava ogni giorno per recarsi ad Aragona, a dare aiuto – per un breve periodo – nella gestione della miniera del padre. E proprio nei pressi di Consolida il genitore dello scrittore era stato oggetto di un agguato mafioso, ad opera di due facinorosi che intendevano rapinargli le “mesate” dei minatori; però senza conseguenza alcuna, in quanto a quello dei due che aveva sparato s’era inceppato il fucile.

La testimonianza topologica di Pirandello assai dettagliata nei nomi, di origine romana o araba, ci indica con certezza che la fisionomia dei luoghi era rimasta quella originaria, a memoria d’uomo. E sicuramente lo scrittore che si documentava su luoghi, storie e leggende, sentendo gli abitanti del posto, non si era discostato da tali testimonianze.

Se quindi etimologicamente il nome della pianta e della contrada, che da essa prese nome, è l’esatta voltura latina del nome greco (cum-solida, pianta atta a consolidare), assai singolare è la storia di questa traduzione, perché colui che chiamò così la pianta per la prima volta, doveva possedere una conoscenza erudita della lingua greca. E per questo, non è lungi dal vero l’ipotesi che a dare questo nome sia stato Cicerone, profondo cultore della lingua e della filosofia greca, questore della Sicilia, che a più riprese era stato ad Agrigento, per assumere testimonianze e prove in difesa della città dalle spoliazioni perpetrate da Verre. Durante i suoi soggiorni agrigentini, lo scrittore andava a trovare un suo grande amico medico, Nicone, che abitava fuori porta, a Consolida. E alla mente enciclopedica di Cicerone non mancava di certo la curiosità necessaria per interessarsi anche di questo aspetto della conoscenza. Certo è che la contrada prese il nome latino della pianta e si chiamò definitivamente Consolida. Con un’altra prova ci soccorre anche il dialetto: nel paese di Aragona, assai più vicino a Consolida della stessa Agrigento, la pianta è chiamata da generazioni e generazioni “consolla”, una evidente contrazione dialettale del nome latino. E altra curiosità notevole è perfino una coincidenza: la costruzione del nuovo ospedale di Agrigento proprio in una contrada che ripete il nome della pianta medicamentosa.


 

(Sumfton)
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