Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* LA FIGURA DI FILIPPO LO VETERE (1868-1931) di Leonardo Fiandaca

Lions Club Santa Caterina Villarmosa Presidente: Leonardo Fiandaca

L’orgoglio delle proprie radici è talvolta legato ad un personaggio che ha, meglio di altri interpretato i tempi e la storia, come nel caso del social riformista Filippo Lo Vetere, leader del movimento agricolo nella Sicilia di fine ’800, che ebbe i natali a Santa Caterina Villarmosa.(G. Catanzaro e Z. Navarra)


Sulla base di una documentazione acquisita con fatica certosina, il dr. Calogero Rotondo è riuscito a ricostruire un pezzo di storia locale tra i più interessanti, oltre che tra i più drammatici, dando una meritata e giusta collocazione storica all’ideologo siciliano Filippo lo Vetere, nativo di Santa Caterina Villarmosa e vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, sul quale fino ad oggi nessuna ricerca storiografica era stata condotta.

Nel 1892, allorchè Filippo Lo Vetere, fresco della sua laurea in legge conseguita presso l’Ateneo palermitano, si iscrive al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, L’Italia sta attraversando una pesante congiuntura economica, che in Sicilia viene vissuta in termini assolutamente drammatici. Nell’isola le classi più colpite dalla crisi sono la piccola e media borghesia rurale e principalmente i contadini.

Sull’esempio di alcuni fasci nati nell’Italia centro- settentrionale, il 22 dicembre 1888 si era formato a Messina il primo Fascio dei Lavoratori Siciliani su iniziativa del randazzese Nicola Pietrina ed altrettanto era avvenuto a Catania il 1° maggio 1891 sotto la guida di Giuseppe De Felice Giuffrida. A Palermo il Fascio dei lavoratori vede la luce il 29 giugno del 1892 ed a dirigerlo è Rosario Garibaldi Bosco. Il fascio palermitano assumerà immediatamente un ruolo di guida e di propulsione per tutta l’isola.

Il 1° settembre 1893 il giovane venticinquenne Filippo Lo Vetere, benché residente a Palermo, fonda nel suo paese natale il fascio dei lavoratori con sede in Piazza Garibaldi. Lo statuto del Fascio prevede, tra l’altro, all’art. 9 l’istituzione di Cooperative di consumo e di lavoro e Casse di assicurazione sulla vita. È un fascio formato da contadini e braccianti, e sul piano organizzativo costituisce una sezione del Partito dei Lavoratori Italiani. Presidente del Fascio è Filippo Lo Vetere; vicepresidente e cassiere sono rispettivamente Giuseppe Celestino ed Eugenio Bruno. A pochi mesi dalla nascita, il fascio caterinese registra più di 500 iscritti.

Dopo una manifestazione pressocchè pacifica avvenuta il 4 gennaio 1894, il 5 gennaio alle ore 12 la popolazione caterinese si riunisce in piazza Garibaldi con bandiera, ritratti del re e della regina ed un crocifisso, diffondendosi per le vie del paese. Nel frattempo il tenente dei carabinieri Colleoni fa schierare in piazza i militari di rinforzo fatti arrivare da Caltanissetta. Celestino e Bruno, dichiaratisi dimissionari, si rifiutano di intervenire per sciogliere la manifestazione. Il presidente Lo Vetere è assente. La manifestazione è a questo punto acefala, ed i manifestanti sono all’oscuro della proclamazione dello Stato d’assedio del 3 gennaio. Non appena i manifestanti rientrano in Piazza Garibaldi, il comandante ordina loro di sciogliersi, ma, mentre una parte rientra nelle proprie case, circa 2.000 persone, uomini e donne, continuano a protestare e gridare.

Dopo tre inutili squilli di tromba, viene ordinato il fuoco ed ecco la strage: dieci morti e venti feriti tra uomini, donne, vecchi e bambini. Quattro feriti moriranno di lì ad un mese. Il massacro di S. Caterina è riportato dal giornale Il Siciliano del 9-10 gennaio 1894 attraverso la descrizione di Benedetto Salemi in visita al cimitero del paese, e Pirandello, sei anni dopo l’eccidio, rappresenterà la scena straziante di quella visita nel suo romanzo “I vecchi e i giovani”.

Il 15 gennaio 1894 il Prefetto de Rosa decreta lo scioglimento dei Fasci dei lavoratori nella provincia di Caltanissetta. Il 17 gennaio, dopo una perquisizione della polizia nei locali della sede di piazza Garibaldi, si procede allo scioglimento del fascio caterinese. Il 21 febbraio 1894, il Tribunale di Caltanissetta, esperite le indagini, rinvia a giudizio 28 manifestanti, tra cui quattro donne. Il 2 marzo inizia il processo che si conclude il 5 marzo con la condanna di 23 imputati e con l’assoluzione per cinque di essi. Le condanne saranno tutte amnistiate una volta dimostrata l’assoluta ignoranza da parte dei dimostranti dello Stato d’assedio. Un procedimento giudiziario sarà promosso a carico di Filippo Lo Vetere nella qualità di componente del Comitato Centrale Siciliano, ma ne verrà assolto il 18 aprile 1895.

Agli inizi del 1899, Filippo Lo Vetere lancia l’idea di un Consorzio Agrario Siciliano per la risoluzione dei problemi dell’agricoltura isolana e per dare una prospettiva alle esigenze del mondo contadino. L’industriale Ignazio Florio saluta con entusiasmo l’idea del Lo Vetere ed incoraggia l’iniziativa con una contribuzione di 100.000 lire.

Il 27 luglio 1899 viene eletto un Comitato esecutivo composto da nove membri. Presidente del comitato consortile è Ignazio Florio, segretario Filippo Lo Vetere, in quel tempo direttore della sezione industrie chimiche di Casa Florio. Qualche mese dopo, il 9 novembre, l’assemblea degli azionisti delibera la costituzione del Consorzio Agrario Siciliano, il cui provvedimento sancisce la nascita ufficiale del nuovo ente. Il Consorzio, eretto ad ente morale il 21 dicembre 1899, inizia così la sua attività a difesa dell’agricoltura siciliana. La prima associazione agricola che adotterà lo Statuto del Consorzio sarà quella di S. Caterina, che godrà, con precedenza su tutte le altre, del credito agrario per i suoi 400 iscritti. Successivamente adotteranno lo Statuto del Consorzio le associazioni agricole di Villalba, Resuttano, Mussomeli, Pietraperzia, Calascibetta, Petralia Sottana, Agira.

Su impulso del Consorzio giungono nelle diverse province dell’isola conferenzieri competenti e dottori in agraria per diffondere tra gli agricoltori le moderne conquiste della scienza dei campi, dalla concimazione chimica all’uso delle più recenti macchine agricole, agli impianti razionali delle nuove colture._

L’idea madre del riformista Lo Vetere è l’interclassismo agrario, la cooperazione armonica tra proprietario e lavoratore, tra capitale e lavoro. Ad attuare questo principio di base dovranno essere i sindacati agricoli, associazioni unitarie tra grandi, medi, piccoli proprietari e lavoratori. Creare dei sindacati separati significherebbe, per il Lo Vetere, dividere l’agricoltura in due eserciti ostili, organizzare la guerra, non la pace.

Agli inizi del nuovo secolo, Filippo Lo Vetere, oltre a continuare, attraverso il Consorzio Agrario la battaglia per lo sviluppo dell’agricoltura, e ad affermare le sue azioni social riformiste sulle lotte agrarie, si dedica in prima persona all’attività politico- amministrativa, profondendo il suo impegno come amministratore locale e come amministratore provinciale.

A capo del cosiddetto “Partito giovane”, Filippo Lo Vetere vincerà le elezioni politiche a S. Caterina ed assumerà l’incarico di Sindaco che manterrà dal 27 luglio 1905 al 27 agosto 1907. Ricoprirà ancora la carica di Sindaco, una seconda volta dal 1° aprile 1913 al 26 giugno 1914, ed una terza dal 26 luglio 1920 al 13 gennaio del 1923.

Svolgerà l’incarico di Consigliere provinciale a Caltanissetta, in rappresentanza del mandamento di S. Caterina, e lo manterrà ininterrottamente dal 1902 al 1923, allorchè rassegnerà le dimissioni volontarie il 21 gennaio. Nel 1926 aggiungerà all’incarico di sindaco a S. Caterina e di consigliere provinciale a Caltanissetta, quello di consigliere comunale a Palermo, essendo risultato il 3° eletto con 5.055 preferenze. La sua attività politica a livello provinciale si distinguerà per aver proposto nella seduta del 9 agosto 1921 l’autonomia amministrativa e l’indipendenza doganale della Sicilia; nonostante il dissenso da parte del suo Maestro politico Napoleone Colajanni, la proposta fu approvata all’unanimità.

Parallelamente all’attività politico-amministrativa, nel secondo decennio del 1900 Filippo Lo Vetere impiega le sue energie nel settore cooperativistico e, attraverso il Consorzio agrario, nell’attività produttiva dei concimi chimici.

In occasione della 1ª Guerra mondiale, Lo Vetere ed i Florio, ed in generale gli aderenti all’associazione Agraria, si schierarono contro l’intervento, promuovendo conferenze ed indicendo addirittura un referendum. Conclusosi il conflitto nel 1918, l’Italia, benché Nazione vincitrice, subisce una profonda crisi politico-sociale; nel giro di quattro anni, le strutture dello Stato liberale vengono travolte e si generano le condizioni per l’insediamento nel 1922 del Governo autoritario di Benito Mussolini.

All’indomani della guerra Filippo Lo Vetere, dopo una presa di posizione radicale assunta a distanza a favore del proletariato agricolo al Convegno di Castrogiovanni del 16 febbraio 1919, si scaglierà contro il metodo dell’occupazione delle terre, propendendo per la strada legittima dei passaggi di proprietà.

Dopo l’ascesa di Mussolini al potere, per via della sua linea di condotta ritenuta non conforme a quella di opposizione al regime, Filippo Lo Vetere viene censurato dal Partito Socialista, dal quale revoca la sua adesione nel luglio del 1923.

Quanto all’ultimo periodo di Filippo Lo Vetere ideologo, emblematica rimane la posizione da egli assunta nei confronti del Fascismo in un articolo apparso sul giornale L’Ora del 10-11 maggio 1928 dal titolo significativo: “L’opera del fascismo in Sicilia”.

Egli vede nel fascismo la concretizzazione di un programma rivoluzionario che si richiama alla migliore tradizione del movimento socialista italiano. “Abbiamo l’assoluta convinzione – scrive il Lo Vetere – che la parte essenziale del movimento fascista e della sua opera risponda perfettamente ai più puri idealismi pratici della lotta che fu ingaggiata dal movimento socialista italiano fin dall’epoca dei famosi fasci siciliani”.

L’intero testo dell’articolo è percorso da una sorta di riconoscenza verso il governo fascista per avere intrapreso una lotta vera alla mafia e di conseguenza ai “ gabelloti padroni assoluti della grande proprietà”, riscattando il ruolo e la dignità del lavoratore agricolo “il quale sa di essere ora un uomo come tutti gli altri, e con i suoi doveri ha anche diritti incancellabili”.

In definitiva Filippo Lo Vetere vede realizzata nella politica agraria del Fascismo quella sua idea di interclassismo agrario che aveva propugnato qualche decennio prima attraverso l’istituzione del Consorzio Agrario Siciliano e la prospettiva di un Partito Agrario Siciliano che potesse riunire in una forte e solidale organizzazione tutte le volontà e le energie siciliane “al solo intento della dife- 35 36 sa permanente degli interessi economici, politici, morali della Sicilia”.

L’articolo si conclude pertanto con un auspicio: “È naturale ed è logico che tutte le rivoluzioni possono portare con sé, nel loro graduale sviluppo, degli errori e delle esagerazioni; ma occorre guardare al di là del particolare e del contingente per cogliere i lati solidi e costruttivi del fenomeno rivoluzionario, i cui attuali ed ulteriori sviluppi possono convergere sulla linea delle nostre stesse aspirazioni”.

Era il maggio 1928, quando le speranze erano ancora legittime sull’onda del cambiamento che si stava concretamente verificando e soprattutto nell’ottica prospettica dei suoi sviluppi.

Filippo Lo Vetere morirà a Palermo di lì a poco, all’età di 63 anni, il 17 gennaio 1931, prima che il regime fascista, per sua essenza autoritario ed antidemocratico, potesse mostrare il suo vero volto.

 

(Relazione sul libro di Calogero Rotondo “I Fasci dei Lavoratori, il Consorzio agrario dei Florio e l’opera del Fascismo in Sicilia” presentato su iniziativa del Lions Club di S. Caterina Villarmosa il 22 novembre 2008)

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