Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* UOMINI, DONNE E LIMONI Quando i limoni, qui, erano colore del sole* di Pietro Pagano

Lions Club Bagheria Presidente: Giovanni Cardinale

Nella nostra isola accade anche di rinvenire la memoria storica e di costume di un’intera comunità nelle radici degli agrumi… Così è per Bagheria con i suoi tanti limoneti che un tempo festosamente ornavano la Conca d’oro, col giallo luminoso e intenso dei loro frutti generosi. A lungo l’economia della città, e non solo, fu legata a quel colore intenso ed al profumo fresco ed inebriante della zagara che impregnava la brezza estiva, quasi avvolgendo in un affettuoso abbraccio chi tanto aveva lavorato in quei campi… Di quel tempo che fu adesso è rimasto solo il ricordo, misto al rimpianto forte e un po’ aspro come il succo di quei meravigliosi frutti. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

È fuor di dubbio che nell’ultimo cinquantennio l’asse portante dell’economia agricola e del commercio di Bagheria, fosse imperniata preminentemente nella coltivazione, produzione e commercializzazione del limone. E da sconfinate distese di limoneti era costituito il nostro paesaggio agrario e quello di un territorio ben più ampio: la famosa Conca d’Oro.

L’escavazione di nuovi pozzi per il reperimento di acqua irrigua e la costituzione del Consorzio Idro Agricolo per l’utilizzazione delle acque del lago di Piana degli Albanesi negli anni successivi al conflitto mondiale, diedero un notevole impulso alla coltivazione di questa pianta di agrume e si incrementarono le opere di trasformazione agraria ed i terrazzamenti (zarfini ) delle falde della corona di colline che circondano la piana di Bagheria, conferendo ad esse uno straordinario ed irripetibile ventaglio di sfumature di colore verde, dal più intenso per arrivare a quello più pallido a seconda delle stagioni. Già, il paesaggio agrario. Il nostro paesaggio perduto. Quello che adesso è solo un ricordo. Il rinsecchito paesaggio agrario di quella che fu la Conca d’Oro.

Bagheria diventò il più grosso centro di produzione e commercializzazione del limone della Sicilia. Ogni giorno dalla stazione ferroviaria di Bagheria partivano decine di vagoni di limoni, che raggiungevano le più svariate destinazioni, dai paesi dell’Est come Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, ai paesi dell’Europa occidentale come Germania, Inghilterra, e tutte le maggiori città dell’Italia settentrionale. In via Lampedusa, una delle traversine di via Consolare proprio di fronte a Palazzo Aragona Cutò, nelle giornate di caldo estivo, seduto sulla solita sedia impagliata – dinanzi alla porta di casa – potrete trovare ancora oggi zzu Caloriu, un ossuto anziano, una vita spesa a fare arrimunnaturi (potatore di piante), che con fare paziente a noi ha raccontato:

“La coltivazione del limone era molto complessa ed assorbiva molta mano d’opera perché nell’arco dell’annata i limoneti si dovevano zappare due o tre volte, si dovevano irrigare e i frutti si raccoglievano in tre o quattro periodi diversi dell’anno. La produzione principale era quella invernale e si intendeva “robba nova” e si raccoglieva da dicembre ad aprile. La produzione estiva, i cosiddetti “bastarduni”, era invece quella più pregiata perché nei mercati spuntava prezzi decisamente superiori. Questa “furzatura”consisteva nel lasciare la pianta a secco per un periodo detto “patienza” che andava da maggio a luglio”.


Durante questo periodo venivano effettuate sia sul terreno che sulle piante diverse operazioni colturali: la potatura, la preparazione del terreno e la concimazione estiva. Allorché gli alberi erano “patuti” si dava la “vicienna d’acqua” (si irrigava) che in questo caso coincideva con “arruspigghiatina”. L’irrigazione avveniva spesso anche di notte con l’uso di lanterne a petrolio chiamate “lampiuni” ed era uno spettacolo nello spettacolo; potendo fare una sorta di giro virtuale per le campagne bagheresi tra gli anni cinquanta e ottanta, durante le calde notti estive, non doveva essere raro assistere in lontananza – bassi, acquattati sotto le chiome degli agrumi – all’agitarsi quasi ritmico dei lampioni accompagnati dal grido lamentoso “lievala” dell’”abbiviraturi” che segnalava al guardiano dell’acqua di bloccare l’erogazione, dopo aver finito di irrigare l’appezzamento.

Dopo circa dieci o dodici giorni cominciava ad intravedersi la prima zagara che già dopo poco impregnava la brezza estiva del suo inconfondibile profumo.

“E poi – continua zzu Caluorio – la raccolta dei limoni… era quasi una festa! Sin dalle primissime ore dell’alba, schiere e gruppi di contadini sbucavano come formiche dalle stradine e viuzze intorno alla piazza madrice, e lì si radunavano – con “panaru”, “scala ddi lignu” e zappa, per essere “adduvati” dai proprietari” (…).

Numerosa era la gente che viveva nell’indotto con la produzione e commercializzazione del limone. Come le segherie che preparavano gli imballaggi per la spedizione, la fabbrica che produceva la carta velina e stampava la carta per i “mustri” cioè con il marchio della ditta, la produzione della retina e del nastrino per il confezionamento. Oltre alle aziende vi erano tante altre singole persone che vivevano con l’indotto come i sensali (mediatori) che si occupavano dell’acquisto e della vendita locale del limone. I carrettieri che trasportavano il prodotto in “casciuna” dalla campagna ai magazzini. L’«ajraru» che comprava lo scarto della produzione per avviarlo all’industria di trasformazione in succhi. La “carovana” che aveva il compito di caricare e sistemare i colli all’interno dei vagoni. Gli spedizionieri che preparavano la documentazione per lo sdoganamento e la vendita all’estero. I “majasinanti” che all’interno di grandi magazzini preparavano e confezionavano il prodotto da commercializzare.

Le famiglie bagheresi che possedevano qualche tumulo di terreno piantumato ad agrumi, aspettavano la raccolta dei limoni con una vera e propria ansia. Con gli introiti della vendita del prodotto infatti essi sposavano i figli, costruivano la casa, acquistavano altra terra per ampliare ancora di più la proprietà familiare. I piccoli e i grandi proprietari terrieri godettero di una nuova ricchezza. Non si manifestò più per diversi anni l’esigenza dell’emigrazione; anzi, incoraggiati dal “boom” economico come fenomeno del tutto baharioto, sul finire degli anni sessanta (e per tutti gli anni settanta) si assistette ad una sorta di immigrazione, o meglio un rientro di bagheresi che – chi più chi meno – avevano fatto fortuna nelle Americhe. Gli istituti di credito comin- ciarono ad aumentare, così come i “magazzini” di limoni. Il limone. E Bagheria.

Da qui una sorta di vera e propria “idolatria” per questo ricco agrume! La generosità delle piante di limoni veniva sempre e comunque ricambiata dagli agricoltori bagheresi con la cura (alle volte maniacale) che questi ultimi dedicavano alla loro coltivazione. Essi instauravano con le piante un rapporto quasi affettivo e filiale. Le conoscevano una per una al punto tale da regolare la coltivazione a seconda delle particolari esigenze di ciascuna pianta. E molta cura era posta anche durante la raccolta dall’albero e la successiva lavorazione nei magazzini. Infatti i limoni venivano staccati dall’albero con tutto il peduncolo “u’ piricuddu” e posti in panieri appositamente foderati, “nfurrati”, per evitare che i frutti si maltrattassero (si spiritiassiru). Una volta tolti i peduncoli i limoni venivano posti prima in grosse ceste (cartidduna) e successivamente in casse a due scomparti foderati all’interno con carta velina (‘ncasciati). Dopo la pesatura, le casse venivano trasportate dai lochi ai magazzini che curavano – dopo altro confezionamento – le spedizioni in tutta Europa. In quegli anni ogni mattina alla stazione le littorine provenienti dalla vicina Palermo, portavano a Bagheria centinaia di lavoratrici che nei magazzini erano dedite ad avvolgere (ammugghiari) nella carta velina i limoni, poi sistemati con maestria nelle casse da operai specializzati (‘mpaccaturi).

Come una nobile decaduta, l’agrumicoltura bagherese ha perso già da tempo i fasti della dignità gloriosamente conquistata senza peraltro avere mai più ritrovato la forza economica e le risorse necessarie per risollevarsi e diventare nuovamente credibile. Ed anche dal punto di vista commerciale i mercanti bagheresi, un tempo conosciuti in tutta Europa per la loro capacità, hanno perduto irrimediabilmente sia la loro credibilità che il loro ricco panorama di influenza.

È raro oggi vedere un agrumeto ancora attivamente coltivato; e quei pochi che ancora resistono li puoi trovare a Cannita, a Purcara o a Purcaredda.

E una volta qui c’era un giardino di limoni.

* Bagheria – Gente, Natura, Architettura,Turismo e Tradizioni popolari Guida turistica 2008-2009 Pro Loco “G. Lo Medico” – Bagheria

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