Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* LE CONFRATERNITE DELLA CITTÀ DI CACCAMO TRA PASSATO E PRESENTE di Domenico Campisi

 

Lions Club Termini Imerese Presidente: Domenico Campisi

Talvolta il percorso che ci riconduce alle nostre radici è silenzioso, mesto e composto, come quello delle tante processioni che le Confraternite, già presenti a partire dal 1500, hanno compiuto nel corso dei secoli, per le vie di cittadine antiche come Caccamo. La Compagnia delle Anime Sante del Purgatorio, istituita nel lontano 1593 è ancora attiva insieme a poche altre, e perpetua, con immutata partecipazione emotiva e spirituale, i principi etico-sociali e cristiani che ispirarono le prime confraternite, nonostante nel corso dei secoli sia cambiata quasi del tutto la struttura sociale della popolazione di Caccamo, come di qualunque altra città dei giorni nostri. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

L’appellativo di “religiosissimo” attribuito al popolo caccamese scaturisce dalle numerose chiese e da diversi monasteri, in parte tuttora esistenti ed aperti al pubblico, ma anche dalle Compagnie e Confraternite religiose, sorte intorno ai secoli XVI e XVII, sotto l’influsso della dominazione spagnola. Le Confraternite erano associazioni corporative di arti e mestieri, sottoposte all’osservanza di uno statuto, approvato a maggioranza assoluta dai confrati, omologato dall’Autorità Ecclesiastica ed era basato su principi etico-sociali ed ispirato ad insegnamenti cristiani. Si occupavano di opere di misericordia, come elargizione di elemosine, assistenza ai bisognosi, conforto spirituale ai carcerati e ai moribondi, sepoltura dei morti, suffragio dei defunti e della ricerca di ogni bene spirituale per l’anima del confrate. Erano, però, anche organismi che difendevano interessi e privilegi della categoria. Ognuna di queste Confraternite era costituita da cento confrati, appartenenti allo stesso ceto, arte o mestiere, che ogni triennio o annualmente, eleggevano il Governatore e tre Superiori, detti anche Consoli, i quali amministravano i beni dell’associazione ed avevano il compito di sorvegliare sulla organizzazione e sulla disciplina e condotta morale degli associati. La formazione spirituale e le pratiche di culto venivano affidate ad un sacerdote cappellano, eletto a vita, previa autorizzazione della Diocesi.

Le Confraternite si distinguevano dal colore dei costumi indossati dai confrati. Uguale colore recavano lo stendardo, lo stendardiere, i due staffieri, i valletti. La mantellina, in seta pura, cadeva su un lungo camice bianco di lino detto cappa che scendeva fino ai piedi e che veniva stretto ai fianchi da un cordone bianco le cui estremità recavano due fiocchi del colore della Confraternita. Il confrate indossava un copricapo di forma appuntita (cappuccio), anch’esso di lino bianco che, attaccato alla mantellina, scendeva sul collo fino a coprire i gomiti. Il cappuccio constava di una celata che, quando veniva abbassata, permetteva al confrate di “celare” la propria identità e di vedere attraverso due buchi posti all’altezza degli occhi. Complemento dell’abbigliamento del confrate, era un cappello agganciato ad un cordone di seta con due fiocchi che riportavano il colore della Confraternita. Il diritto di portare il cappello era motivo di grande orgoglio e costituiva per i confrati una rara prerogativa. Tale diritto venne concesso, all’inizio del XVII secolo, esclusivamente alla Compagnia del SS. Sacramento e, più tardi, ad alcuni confrati prescelti, appartenenti a quella della SS. Annunziata.

Costume del confrate di M. SS. Annunziata

 

Lo stendardo, riproducente le insegne della compagine sociale, veniva portato da un confrate (stendardiere) che indossava un abito di velluto rosso. I due staffieri sorreggevano le estremità dello stendardo, mentre quattro suonatori di tamburo, con feluche bicorni e in costumi di seta e velluto rosso, precedevano lo stendardiere. Soltanto le Compagnie delle Parrocchie di San Giorgio Martire, Maria SS. Annunziata, San Michele e San Biagio, potevano vantarsi di uscire con lo stendardo e disponevano di alcuni valletti vestiti in abiti di seta e feluca a due punte che avevano il compito di sorreggere la bacchetta del confrate bacchettiere, cui era demandata la sorveglianza e il rispetto dell’ordine durante la processione. In costumi di seta e parrucca, due inservienti avanzavano, con passo solenne, dietro lo stendardo, e sorreggevano un’asta di legno colorata in nero alla cui punta era posta una placca d’argento che riproduceva le insegne della Confraternita.

Durante la processione, i confrati più giovani procedevano in due file, portando una torcia accesa; seguivano gli anziani e in ultimo il Governatore tra i Superiori. Un valletto in abito di seta e parrucca, detto turciaru, conduceva sulla spalla alcune torce di riserva. Ad un certo punto del corteo, i quattro torciari ed il crocifero facevano una breve sosta dando luogo alla tradizionale Spichetta con la quale, ad un segno del confrate, che aveva in mano la croce, i torciari, con movimenti rapidi ed improvvisi, si volgevano, allo stesso istante, a destra e a manca.

Come si rileva dai Capitoli o Regole, i confrati si obbligavano ad una vita strettamente cristiana, all’osservanza del cerimoniale e a partecipare ad ogni celebrazione religiosa. I criteri di ammissione alla Compagnia erano rigidi e comuni a tutti gli statuti: limiti di età, provenienza sociale, carattere mite e condotta non comune di cristianesimo vissuto, erano richiesti a coloro che volevano farvi parte. Il rito della professione, sorta di investitura con la quale anticamente si iniziavano i confrati, racchiudeva un simbolismo connesso alle varie parti del vestiario.

Così il camice bianco di lino e lo scapolare invitavano alla modestia cristiana e ricordavano Gesù che si era fatto uomo; il cingolo racchiudeva il significato della temperanza e dell’onestà; il cappuccio indicava l’umiltà e la purezza battesimale, la corona di rovi posta sul capo esortava alla carità; la mantellina ammaestrava alla pazienza. Durante l’investitura il confrate teneva tra le mani una candela benedetta accesa perchè potesse testimoniare sempre Gesù che è la vera luce.

A Caccamo, al culmine della loro storia, le Compagnie erano tredici, ma oggi è soltanto quella che nacque sotto il titolo di Maria SS. Annunziata, a conservare i caratteristici costumi e le antiche tradizioni, nonostante i mutamenti nella struttura sociale della comunità caccamese.

La famiglia Cabrera, erede della potenza dei Chiaramonte, durante gli anni in cui possedette Caccamo come Contea, arricchì la Città di pregevoli opere d’arte e favorì lo sviluppo del culto per la S. Eucaristia. Il Ciborio di Domenico Gagini, fatto eseguire, nella Cappella del SS. Sacramento della Chiesa Madre, dalla famiglia Cabrera, per la custodia della S. Eucaristia, ne è il segno più significativo.

In questo contesto, al principio del XVI secolo, vide la luce la Confraternita del SS. Sacramento che ebbe come prima sede la Chiesa di San Giorgio Martire.

Il 22 giugno 1550, il Pontefice Paolo III, l’aggregò all’Arciconfraternita romana del SS. Sacramento di S. Maria sopra Minerva.

Costume del confrate del SS. Sacramento

Paolo V, con Documento Pontificio del 17 dicembre 1617, confermò e rinnovò l’aggregazione della Compagnia all’Arciconfraternita del SS. Sacramento di S. Maria supra Minervam di Roma. Da allora i confrati godettero delle stesse indulgenze ed intercessioni riservate ai loro confratelli romani. Il Card. Giannettino Doria, Arcivescovo di Palermo, con decreto del 23 luglio 1633, “attribuì al primo dei tre Cappellani eletti dai confrati, il titolo di Cappellano Maggiore e Rettore della Cappella del SS. Sacramento, con l’ufficio di coadiutore dell’Arciprete e con la cura delle anime dei cento confrati”.

Come risulta dagli archivi della Chiesa dell’Oratorio, facevano parte della Compagnia le persone più autorevoli della Città, le quali dotarono la Cappella di marmi pregiati, parati sacri lamellati d’oro e d’argento, ostensori, calici, dipinti e preziose suppellettili. I confrati occupavano il primo posto dopo il clero ed avevano il diritto ed il privilegio di portare il cappello. Lo stendardo era di colore rosso porpora. I confrati si riunivano la sera di tutti i giovedì dell’anno, facendo la Sacra Veglia dall’Ave Maria alle due di notte, ora in cui, secondo la tradizione, Gesù istituì la S. Eucaristia.

Durante il rito della Sacra Veglia, i confrati compiuti gli atti di penitenza, le offerte e l’adorazione dell’Eucaristia, con in mano le fiaccole, visitavano le sette Chiese e al loro ritorno le campane di tutte le Chiese suonavano a festa, mentre dai balconi e dalle finestre delle case venivano esposti i lumi in segno di devozione e riconoscenza. I testi del rito, composti dal sacerdote caccamese Don Benigno Paravento, risalgono al 1727.

La venerabile Compagnia di Maria SS. Annunziata era la seconda che aveva il diritto allo stendardo e nelle processioni occupava, dopo il clero, il secondo posto.

Vi facevano parte i cittadini di condizione economica agiata. La sua fondazione, secondo qualche storiografo, può farsi risalire al 1200, anno in cui si hanno notizie sulla presenza di una Chiesa dedicata alla SS. Annunziata.

Lo storico Agostino Inveges, a pag. 27 del volume III della “Cartagine Siciliana”, scriveva che in una lettera del 1507, a firma dell’Arcivescovo di Palermo, si parlava della Compagnia dell’Annunziata, come già esistente.

Con questa lettera, l’Arcivescovo aveva deciso di togliere il divieto (l’interdetto), su espressa richiesta della Compagnia, posto in precedenza a tutti i confrati delle Compagnie della Città, per essersi recati in processione nel monastero di clausura delle Monache dell’Ordine di San Benedetto (già Monastero di S. Maria della Mensa), violando una disposizione dell’Autorità religiosa. L’8 luglio 1584, l’Arcivescovo di Palermo, Cesare Marullo, eresse una nuova Parrocchia in Caccamo e “non potè trovare alcun luogo più comodo che la Chiesa della Confraternita della SS. Annunziata, perchè ampia e posta in luogo comodo”.

La notizia certa della fondazione risale al 30 marzo 1638, quando il Card. Giannettino Doria approvò lo statuto. Venne riconosciuta civilmente con Reale Decreto del 12 marzo 1651. “Venne elevata a vera, perfetta e Reale Compagnia con tutte le prerogative, preminenze e privilegi di quelli della Città di Palermo, per grazia sovrana, con Decreto del Re Carlo II, il 2 novembre 1784”. Lo stendardo della Compagnia era di colore celeste.

Costume del confrate di S. Aloe o di S. Nicasio

 

Opere realizzate, con l’intervento finanziario della Compagnia, sono:

• Statue lignee di San Giuseppe e Gesù Bambino, sec. XVII, restaurate in epoca successiva dal Bagnasco;

• Dipinto su tela raffigurante l’Annunciazione, firmato da Guglielmo Borremans, nel 1725;

• Alcune statue in stucco eseguite nel 1756 dal discepolo di Giacomo Serpotta, Bartolomeo Sanseverino;

• Altare di San Giuseppe, opera di Giacomo Serpotta, dell’Annunziata e di Santa Rosalia;

• L’Oratorio della Compagnia ideato dall’arch. Luigi Speranza; mastro esecutore: Nicolò Pruiti da Caccamo. Nel 1812 il mastro Tommaso Sanseverino vi eseguì le opere in stucco dell’Assunta e delle 22 colonne.

La terza Compagnia che aveva diritto a portare lo stendardo, era quella dell’Arciconfraternita di San Michele e San Biagio.

La data della sua fondazione risale al 1510 e vi facevano parte i pastori e i legnaioli.

Lo stendardo e la mantellina erano di colore azzurro.

Le opere di cui si onerò la Compagnia, che meritano di essere ricordate, sono:

• Pala dell’altare maggiore dipinta su tela raffigurante la Madonna col Bambino e i SS. Michele e Biagio: opera del 1578 di Antonio Spatafora, discepolo di Vincenzo Azani da Pavia, detto il Romano;

• Fonte d’acqua benedetta in marmo del XVI secolo.

La Compagnia dei Santi Quattro Incoronati che era formata da muratori, gessaioli, figuli e scalpellini, sorse nel 1570, nella Chiesa parrocchiale di Sant’Elia, fino a pochi anni addietro sede dell’Ufficio Postale. Ciascuna delle categorie di lavoratori, annualmente, provvedeva ad eleggere un membro tra i suoi appartenenti costituendo il Consolato della Corporazione. Il primo tra i “maestri” eletti assumeva il titolo di Presule, di Consiglieri o Consoli gli altri. Nel 1886, dopochè la Compagnia venne assorbita dalla Chiesa di San Michele e San Biagio, il dipinto dei Santi Quattro Incoronati (Severo, Severino, Corporio e Vittorino), opera realizzata nel 1596, dal pittore Francesco Laurito, testimonianza lasciata dalla omonima Compagnia, fu trasferito nella Chiesa incorporante, anch’essa sede di Parrocchia.

Notevole rilevanza sociale ebbe la Compagnia dello Spirito Santo, di cui si ha notizia nel 1594. Essa era costituita dai medici, chirurghi, flebotomi, aromatari, barbieri, gestori dell’Ospedale civico (prima di San Benedetto) dentro il quale aveva trovato ospitalità la Compagnia dei Bianchi i cui confrati si occupavano dei condannati a morte. Alla Compagnia dello Spirito Santo che ebbe sede nella annessa omonima Chiesa, fu concessa la fiera del bestiame con “tutti li suoi emolumenti”. All’interno della Chiesa esisteva fino a poco tempo fa una pietra tombale, finemente scolpita, che raffigura un sacerdote (San Teotista Abate?) in abiti basiliani, oggi collocato nel largo dedicato alla memoria del dottor Salvatore Cordone, Sindaco di Caccamo, per cui si può far risalire l’origine della Chiesa ai monaci bizantini che a Caccamo lasciarono diverse testimonianze della loro presenza in San Nicola dei Némori.

I rettori della Compagnia, di cui si sconosce il colore della mantellina, nel 1600, fecero eseguire, dal celebre pittore e architetto termitano Vincenzo La Barbera, il dipinto su tela “La Discesa dello Spirito Santo” che, nel 1912, dopo la chiusura al culto della Chiesa, venne collocato nella Chiesa di San Giorgio Martire. La Compagnia formata dai burgisi, cioè agricoltori benestanti, fu quella dedicata al SS. Crocifisso che ebbe sede nella Chiesa dei santi Filippo e Giacomo, nel quartiere Rabbato.

La mantellina era di color nero con bordura in argento.

Non si hanno notizie circa la sua costituzione, ma si pensa che essa possa essere molto antica dal momento che, nella Chiesa, si venera un Crocifisso ligneo “costruito secondo schemi tipologici legati alla cultura gotico – chiaramontana”, del secolo XV. Esso viene portato a spalla, nella terza domenica di Maggio, dai confrati che, per la circostanza, indossano ancora oggi i tradizionali costumi bianchi con fascia rossa ai fianchi, dentro una pregevole macchina processionale intagliata e dorata del XVIII secolo. Oggi i confrati indossano soltanto l’abito nero, essendo venuto meno l’entusiasmo e lo spirito di solidarietà che un tempo animò la Compagnia tanto che, con breve pontificio, venne aggregata all’Arciconfraternita di San Marcello in Roma.

Il dipinto su tela di Vincenzo La Barbera (Sec. XVII), raffigurante i Santi Filippo e Giacomo, Filippo d’Argirò e il Beato Filippo da Palermo, posto un tempo sull’altare maggiore della Chiesa, andato distrutto per un incendio, il 27 giugno1984, è stato finanziato dalla Compagnia del SS. Crocifisso.

Mercanti e mediatori furono i confrati appartenenti alla Compagnia di S. Giovanni Battista che ebbe sede nell’omonima Chiesa, oggi diruta. I confrati che indossavano la mantellina marrone chiaro, con contratto del 4 dicembre1556, rogato dal Notaro Fabio Zafarana, diedero incarico al pittore Vincenzo Azani da Pavia, detto il Romano, di dipingere la Deposizione. Ma la sopravvenuta morte dell’artista, avvenuta il 26 luglio1557, non consentì al pittore di portare a termine l’opera.

La Compagnia dei Santi Pietro e Paolo, della quale facevano parte i notai, gli avvocati, i cancellieri, i periti e il ceto dei nobili, aveva sede nell’omonima Chiesa, situata nel quartiere della Terra Nuova. Dapprima, i confrati indossarono la mantellina di color giallo – oro, più avanti, per distinguersi dai confrati delle altre Compagnie, abbandonarono l’originaria divisa e indossarono la marsina (frac). Per un senso di umiltà e ad imitazione della corona di spine del Cristo, i confrati, anzichè coprirsi il capo con il tradizionale cappello, cinsero la fronte con rami di rovo attorcigliati, privi di aculei. La Compagnia aveva il diritto e il privilegio di portare in processione l’urna col Cristo Morto, nel giorno del Venerdì Santo (A’ Cundutta).

Oggi la Compagnia è scomparsa e il diritto di portare a spalla l’urna col Cristo Morto in processione, spetta agli studenti universitari.

La Compagnia di S. Marco Evangelista, oggi scomparsa, fu fondata nel 1515 ed ebbe la prima sede nella Chiesa di San Marco Vecchio, ove si ammira un bellissimo portale gotico – chiaramontano del sec. XIV. Successivamente i confrati, di cui non si conosce il ceto di appartenenza, costruirono attigua alla vecchia, una chiesa più grande nella quale esisteva, prima del recente restauro statico – conservativo, un tetto a capriate dipinto. Oggi, i locali sono adibiti a sala convegni e a magazzino ad uso della Chiesa della SS. Annunziata, da cui dipende. Il colore della mantellina era di colore rosa.

La Compagnia di S. Eligio o di S. Aloe o di S. Nicasio, i cui confrati indossavano la mantellina di color verde chiaro, fu costituita nella Chiesa di S. Nicasio Martire l’11 maggio 1566, dai mastri ferrai e da persone abili nella lavorazione del ferro.

Processione dei confrati di M. SS. Annunziata

 

La Chiesa fu concessa ai confrati dell’Arcivescovo di Palermo Ottaviano Preconio.

Quaranta confrati presentarono i loro statuti o regole all’Arcivescovo di Palermo. Il 30 agosto 1596, il Card. Don Diego De Aedo approvò tali regole. Con il decreto del 17 settembre 1609, il Card. di Palermo, Antonino Camali, ordinò che ogni anno la festa di S. Nicasio si celebrasse il giorno 11 di ottobre. Il colore della mantellina era nero tendente al bruno, il camice bianco, il cordoncino bianco e nero; sul petto la croce, emblema di S. Nicasio.

La Confraternita era costituita da: 4 rettori, 1 tesoriere, 1 segretario, 2 visitatori di ammalati e di carcerati, 1 nunzio di ufficio.

È stata la Confraternita di S. Nicasio a coltivare tra i Caccamesi la devozione verso S. Nicasio. Il Beato Giovanni Liccio pare averla introdotta per primo.

Il reliquiario a statua di S. Nicasio, in argento, rame sbalzato, cesellato e inciso, opera dell’argentiere palermitano, Giacinto Omodei, del 1684, dimostra quanto sia stata intensa la devozione nei confronti del Santo. La Chiesa, che si trova di fronte a Caccamo, in aperta campagna, allo stato attuale, è quasi tutta rovinata ed è ricettacolo di animali e fienile.

I confrati avevano l’obbligo di partecipare a tutte le processioni ordinarie (Università e Parrocchia) e in particolare alla festa del glorioso Martire San Giorgio e del SS. Sacramento. Si deve all’intraprendenza e alla forte devozione al Santo guerriero, di un Sacerdote caccamese, Don Francesco Cassata, se oggi la Confraternita di San Nicasio (ricostituita il 4.10.1996) ha rivisto la luce e partecipa, con grande affluenza di confrati, ambosessi, a tutte le processioni e alle funzioni religiose che si celebrano nella Chiesa dedicata a Maria SS. Annunziata.

La Compagnia della Anime Sante del Purgatorio, i cui componenti appartenevano al ceto artigiano (falegnami, muratori, calzolai etc.), fu istituita nell’anno 1593 e riconosciuta dal Sommo Pontefice Paolo V, con bolla del 22 febbraio1596.

Secondo l’Inveges fu un certo Frà Salvatore a fondare la Congregazione dell’Anime Sante del Purgatorio. Sotto il titolo di Compagnia del Preziosissimo Sangue venne aggregata, con bolla pontificia, all’Arciconfraternita della Basilica di San Nicola in Carcere di Roma.

Non si conosce il colore della mantellina, ma si ha motivo di ritenere che esso fosse nero perchè è il richiamo al colore del lutto e della stessa morte che è stata sempre simboleggiata con il teschio e due ossa incrociate. Nell’adunanza del 24 ottobre 1920, l’assemblea dei confrati deliberò l’approvazione di un regolamento secondo il quale ad ogni associato fu concessa la possibilità di essere seppellito nella Cappella della Confraternita dietro pagamento di una quota di partecipazione e con l’osservanza di determinate regole, quali la questula o coppo, nelle domeniche e la partecipazione alle varie funzioni e alle processioni del Patrono S. Giorgio, Corpus Domini, Immacolata e Venerdì Santo.

Oggi i confrati vestono un abitino rosso con corona di spine senza aculei, una corda penitenziale intorno al collo ed eseguono tutte le domeniche la questua con il tradizionale coppo, in cui i cittadini depositano le offerte in suffragio dell’anima dei propri morti. Varie e di notevole valore storico-artistico sono le testimonianze che la Confraternita delle Anime Sante ha lasciato: calici con patene, pissidi, incensieri, navette, secchielli, sfere, aspersori, tutti in argento; pianete e dipinti. Tra questi ultimi vanno ricordati: una tela del sec. XVIII raffigurante la Madonna del Carmine, opera d’ignoto pittore siciliano, copia del dipinto omonimo di Sebastiano Conca che si trova nella Chiesa di Santa Teresa a Palermo; un olio su tavola di Giovanni Bonomo e aiuto (attr. Prof.ssa M.C. Di Natale), fine sec. XVIII, raffigu- rante la Trinità e le Anime Purganti. Come risulta dal restritto della fondazione che si trova depositato nella Biblioteca Comunale Mons. Vincenzo Aglialoro, nell’anno 1618, i confrati, a proprie spese, fecero dipingere il quadro grande della SS. Trinità, SS. Crocifisso, San Gregorio Papa e Anime Sante Purgatorio.

Quelle dell’Annunziata, dell’Anime Sante del Purgatorio, del SS. Crocifisso e di S. Nicasio, per quanto sia cambiata la struttura sociale della popolazione caccamese e sia venuto meno il fasto dei costumi, rimangono le Confraternite più attive e, ancora oggi, durante le processioni, comunicano un senso di compostezza e rigore.


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