Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* L’ARSENALE BORBONICO DI PALERMO di Tiberio Mantia

Lions Club Palermo Mediterranea Presidente: Tiberio Mantia

Una città ha spesso il suo destino già scritto nel nome… Palermo, che letteralmente vuol dire “tutto porto”, nel porto ha sempre trovato la sua identità, principalmente sotto il profilo imprenditoriale e commerciale. Nel corso dei secoli il porto ed il suo “hinterland cittadino” hanno infatti subìto e condiviso le alterne vicende della storia: momenti di splendore e ricchezza e momenti di carestie, pestilenze, invasioni e guerre. La città si racconta ancora attraverso le antiche torri, i bagli, le tonnare che oggi restano quali testimonianze affascinanti e nostalgiche di un passato ricco e laborioso che il suo Arsenale, esempio ancora vivo e presente del Patrimonio Marittimo dell’Isola, ha l’onore e l’onere di perpetuare. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

Panormos, letteralmente “tutto porto”, fu un nome quasi obbligato per i Greci, dato che il lembo di terra ove sorgeva l’antico insediamento della città era allora circondato per tre lati dal mare.

Molte sono le storie e le costruzioni strettamente legate ad esso e che hanno contribuito allo sviluppo storico e culturale di Palermo. Ne sono testimonianze le antiche torri, i bagli e le tonnare, edificati lungo la costa cittadina e nelle sue vicinanze.

Essi oggi rappresentano un passato che piano piano sta scomparendo. Gli estremi del porto di Palermo sono segnati da due stupendi edifici, (sfuggiti solo in parte ai bombardamenti anglo-americani che durarono dal 1940 al 1943), costruiti sul mare e per il mare che, forse casualmente, rappresentano l’uno il potere temporale dello Stato e l’altro il potere spirituale della Chiesa.

Il primo è il Regio Arsenale voluto da Filippo IV di Spagna e costruito dall’architetto Mariano Smiriglio tra il 1621 ed il 1630. In esso si attendeva alla costruzione, al rimessaggio e all’ armamento dei regi legni, galere e sciabecchi e che sorge al termine dell’antica banchina Quattroventi.

Il secondo è la cinquecentesca Chiesa della Catena che un tempo, tramite una lunga catena (da cui prende il nome la chiesa), agganciata ad un grande anello collocato nel suo muro esterno, chiudeva il vecchio porto della Cala sino al Castello a mare, situato sul lato opposto dell’ insenatura, impedendo così l’ingresso notturno alle navi. Sin dall’antichità il mare ha favorito la nascita di una cantieristica navale piccola e grande, di indotti lavorativi ad essa collegata, di trasporti, commerci e industrie conserviere per il pescato.

Nel corso dei secoli il porto e il suo “hinterland cittadino” hanno subito e condiviso le alterne vicende della storia: momenti di splendore e ricchezza e momenti di carestie, pestilenze, invasioni e guerre. Ultima in ordine di tempo la Seconda Guerra Mondiale. Dall’estate del ’40 all’estate del ’43, infatti, il porto di Palermo e le zone limitrofe da cui partivano i convogli navali militari dell’Asse, che portavano materiali e truppe in Africa, furono sottoposte a continui e violenti bombardamenti aerei da parte degli anglo-americani, che comportarono la distruzione di prestigiosi monumenti e la perdita di migliaia di vite. Il Regio Arsenale fu colpito più volte dalle bombe, ma non crollò.

Pur crivellato dalle schegge nei prospetti e con il prezioso tetto ligneo sfondato, continuò a funzionare adibito a scopi ed usi non proprio pertinenti alla sua destinazione originale: ufficio postale, caserma per la Regia Guardia di Finanza, deposito merci ed altro ancora. L’Arsenale si trova ubicato nella parte terminale dell’attuale Via Cristoforo Colombo e confina ad est con la sede della Fincantieri e ad ovest con la villa dei Marchesi De Gregorio. Dal lato meridionale è separato dal mare da un padiglione adibito ad officina del cantiere navale.

Nella parte retrostante esisteva una zona coperta, bombardata durante l’ultima guerra, che veniva utilizzata per la costruzione delle imbarcazioni della Real Marina o di armatori privati. La Via del Molo, ora via Cristoforo Colombo, era molto importante perché da essa doveva necessariamente passare chi arrivava o partiva da Palermo. Il molo era noto come “La Muraglia d’argento”, poiché l’opera colossale della costruzione del nuovo porto di Palermo, realizzata fra il 1567 ed il 1590, era costata circa 6 milioni di Scudi d’argento.

Tutta la zona circostante l’arsenale, non solo l’arsenale, dovrebbe essere restaurata e trasformata in area museale. Nelle vicinanze si trovano infatti: Palazzo Montalbo, Villa De Gregorio, il Cippo Smiriglio, il Bacino in pietra dei Florio, i Cantieri Florio, il Cimitero Inglese, Il Lazzaretto, la Nave di Pietra e lo Stabilimento Termale dell’Acqua Santa. L’Arsenale, come già detto, è stato eretto tra il 1621 ed il 1630 su progetto dell’architetto palermitano Mariano Smiriglio. L’edificio occupa uno spazio rettangolare.

Al piano terra vi sono sei arcate che proseguivano nell’atrio retrostante, oggi non più coperto. Le arcate, attualmente tompagnate, ospitavano gli scafi in costruzione. Il piano superiore è distinto dal piano terra tramite una cornice che funge da appoggio per un ballatoio o balconata sul quale montava la guardia armata.

Nella parte superiore della facciata sormontata, al centro, dallo stemma borbonico a testa d’aquila, si trova una iscrizione marmorea che riporta la scritta: Philippi IV Hispan., utriusque Siciliae regis III, auspiciis augustis, navale armamentarium inchoatum, perfectum MDCXXX. Secondo il Villabianca, l’iniziativa per la realizzazione dell’arsenale, più che del vicerè del tempo, conte di Castro, fu del generale delle squadre delle galere di Sicilia, Diego Pimentel.

Negli ultimi anni del XVIII secolo parte dell’antico arsenale venne adibita a carcere per i condannati alla “pena del remo e della catena” e mantenne la funzione di bagno penale anche per buona parte del secolo successivo. L’Arsenale dopo la conclusione dei lavori di restauro, è stato adibito a “Museo del mare” e sede di allestimento per mostre, convegni e manifestazioni culturali da parte del “Comitato pro Arsenale Borbonico” che ha come scopo, senza fini di lucro, quello di tenere alta l’attenzione verso un sempre migliore utilizzo del Seicentesco edificio. All’interno dell’Arsenale sono custoditi due cannoni da fortezza.

I Cannoni sono di origine borbonica in quanto ne recano lo stemma, e sono stati fusi uno nel 1781 e l’altro nel 1785. Erano posti a guardia della parte settentrionale della città con la bocca da fuoco rivolta verso il mare per respingere gli attacchi dell’artiglieria navale nemica. Probabilmente erano dislocati presso la Fortezza del molo chiamata “Castelluccio”, oggi non più esistente, per distinguerla dal “Castello a mare” molto più grande e ben guarnito di artiglieria. Per circa due secoli nell’arsenale furono costruite sia navi da guerra sia mercantili.

Le cronache palermitane dell’epoca sono piene di resoconti della posa in opera del “primo chiodo”, seguita, dopo pochi mesi, da quella del varo della nave. Funzione solenne, quest’ultima, con grandissimo concorso di popolo; ma non sempre le cose andavano per il meglio in quanto lo scafo, ossia “scaffa di grossa legname” che scivolava lungo la rampa, alcune volte faceva qualche brutto scherzo, come riferisce il Marchese di Villabianca nei sui Diari per la mattina del 19 giugno 1766 al momento del varo dello sciabecco, Santa Maria d’Altofonte, la cui lavorazione era stata messa in cantiere nel febbraio dello stesso anno: “presenti il vicerè che si era degnato d’intervenire alla funzione” assieme a numerose dame e cavalieri che avevano preso posto in un palco in legno costruito per l’occasione.

Ma quella mattina il Santa Maria d’Altofonte fece le bizze: non “poté entrare in mare” e si decise soltanto il giorno successivo. Tutto questo “a motivo degli intoppi e delle disgrazie, che v’incontrarono gli artefici in far muovere quella gran macchina”. Sua Eccellenza, e cioè il vicerè, “se ne andò tediato dall’attendere la fine della funzione, e la maggior parte delle dame e cavalieri fecero lo stesso, ritornando alle loro case per pranzare”.

L’ultima costruzione di navi da guerra secondo il Villabianca fu quella di due galere “cominciate a fabbricarsi colla funzione del primo chiodo a 18 decembre del 1769, e lanciate poi a mare negli anni 1770 e 1771”. È certo però che l’arsenale continuò la sua attività se, nel 1797, il negoziante Sommariva vi fece costruire la nave mercantile “Archimede” ed una lancia a 12 remi che donò al collegio Nautico per l’istruzione degli allievi.

Oltre che per la costruzione delle galere l’arsenale era un punto di riferimento per le navi che nelle acque circostanti la Sicilia subivano avarie e che dovevano essere riparate. In realtà non sono molti i tipi di imbarcazioni costruiti dal 1630 al 1848 all’Arsenale. Uno dei motivi è la difficoltà d’approvvigionamento delle tavole di legno stagionato necessarie per la costruzione navale dell’epoca; dovevano essere importate perché quelle che si producevano nei nostri boschi non erano sufficienti e non erano di qualità pregiata.

L’arsenale, originariamente edificato per costruire le regie galere poi fu principalmente adibito alla costruzione di sciabecchi, di feluche, bertoni, barche cannoniere, lance a remi, alalungare, sardare e gozzi.

La galera capitana: denominata anche galea, era un tipo di imbarcazione molto lunga a vela 15 Cannone da fortezza latina e a remi. L’equipaggio era costituito dai condannati alla pena del remo (i galeotti), oltre ad artiglieri, guardiani, calafati, timonieri, carpentieri, mozzi e naturalmente il comandante e gli ufficiali di bordo. L’equipaggio minimo per l’operatività era rinforzato da soldati in caso di necessità militari.

Lo sciabecco: era una nave a tre antenne, di cui si parla per la prima volta in un antico documento siciliano della fine del 1300; fu molto usato anche nei secoli successivi in Sicilia, Calabria, Spagna e Portogallo. Nel XVIII secolo se ne ebbe il massimo impiego da parte della marina spagnola per la lotta ai pirati barbareschi.

Alla luce degli ottimi risultati nelle battaglie navali contro le navi maghrebine, il governo spagnolo decise, nella seconda metà del XVIII secolo, di costruire quaranta sciabecchi. Il Regno delle due Sicilie seguì le direttive spagnole e costruì nei due arsenali di Napoli e Palermo circa venti sciabecchi per uso militare.

Le navi, fra le 150 e 250 tonnellate, avevano un armamento di 20 cannoni. L’equipaggio era formato da un alfiere di nave o di fregata, un guardiastendardi, un sergente, un tamburo, ventuno soldati di fanteria da marina, un sergente di artiglieria, cinque artiglieri, tre aiutanti, uno scrivano, un cappellano, tre piloti, due guardiani, un calafato, un carpentiere, quattro timonieri, diciotto prodieri, centodieci marinai, sei mozzi, tre servitori.

Il successo ottenuto dagli sciabecchi militari indusse molti armatori, i “patron”, a farsi costruire navi simili in quanto molto veloci e facilmente manovrabili anche se necessitavano di equipaggi numerosi ed esperti per consentire la manovra alle tre antenne latine. In Sicilia agli inizi dell’ottocento si contavano circa novanta sciabecchi su un totale di 1900 navi.

Fra i vari tipi di sciabecchi esisteva il tipo genovese ed il tipo alla polacca con vela quadrata alla maestra e latine alla mezzana ed al trinchetto; queste navi chiamate “polacche” furono molto diffuse nell’ottocento.

La feluca: era un’imbarcazione a sponda bassa e molto leggera senza ponte ma con due alberi a vela latina.

Il bertone: era un bastimento tondo molto utilizzato per il trasporto costiero delle merci. Armava tre alberi a vela quadra. Erano barche lunghe circa dodici metri con un solo albero a vela latina ed un cannone leggero a proravia. Furono usate nel 1820 per i bombardamenti dei villaggi costieri ostili ed anche durante la rivoluzione palermitana di quell’anno.

La sardara, adatta alla pesca delle sarde, aveva circa dieci metri di lunghezza, con prora svasata leggermente in fuori e con la poppa a rientrare e relativo prolungamento di ruota, più di un metro, che veniva sagomato a coda di sirena e denominato “acidduzzu”. Era spinta da quattro remi e una vela latina.

La alalungara: era utilizzata per la pesca dell’alalunga, un pesce tipico delle coste palermitane, aveva caratteristiche simili alla sardara.

Il gozzo palermitano: detto in dialetto “vuzzarieddu”, aveva una lunghezza di sei metri circa e fu impiegato per la pesca costiera. Caratteristica principale era la prua molto più alta della poppa. Negli anni in cui l’arsenale costruì imbarcazioni era frequente nella costa palermitana la presenza dei pirati barbareschi, provenienti prevalentemente da Tunisi, che seminavano il panico fra gli abitanti della Costa della provincia.

Molte sono le testimonianze che riportano di cittadini siciliani tratti in schiavitù e prigionieri (= captivi) presso i “bagni” di Tunisi, Algeri o Biserta nei primi 16 Galera (o Galea) Feluca siciliana decenni del diciassettesimo secolo. In quel periodo, operava a Palermo, per la redenzione degli schiavi, cioè, molto più semplicemente, per pagare il riscatto, l’Opera per la Redenzione dei “Cattivi” che tramite la raccolta di elemosine presso tutti i ceti sociali, per mezzo di inviati speciali a Tunisi riusciva a volte, non sempre, a far rientrare in patria i siciliani resi schiavi in Barberia. Nel 1646 la flotta della Sacra Lega contava 130 bastimenti da guerra, tra galere, galeazze, vascelli e barche, 3.000 cannoni, 12.000 rematori, 10.000 marinai di ciurma e 15.000 soldati.

Gli ordini fra le Galere Capitane venivano trasmessi a voce tramite velocissime imbarcazioni a remi chiamate “palischermi”. Per “par conditio” bisogna dire anche che le galere siciliane erano dal Vicerè autorizzate alla “corsa” che inevitabilmente si esercitava lungo le coste nordafricane ed, infatti, anche nel territorio palermitano esistevano i “bagni” (edifici che si trovavano in luoghi isolati, lontani dalla città, che ospitavano gli schiavi barbareschi, quando non erano impegnati alla voga a bordo delle galere). Gli schiavi all’atto della prima accoglienza erano sottoposti a un “bagno di acqua calda e aceto e quindi alla rasatura di capelli e peli“.

Dopo l’arrivo a Palermo di Ferdinando di Borbone (26.12.1798), fuggito da Napoli in seguito ai movimenti che portarono alla repubblica napoletana del 1799, il governo decise di sequestrare i legni genovesi nel porto di Palermo e fu dato ordine di costruire le barche cannoniere. ”Ha il Re risoluto, e vuole primierarmente, che si sequestrino tutti gli effetti dei Genovesi nella Capitale, e nel Regno di Sicilia: secondo che si sequestrino tutti i Bastimenti Genovesi, che si trovino o vi arriveranno: terzo che tutti i forestieri di qualunque nazione, anche Napoletani, che capiteranno nei Porti del Regno, sia arrestati, e non si mettano in libertà senza prima intendersi la sovrana risoluzione. Lo partecipo di Real ordine a V.S. perché disponga la più pronta, esatta e puntuale esecuzione, in tutti i luoghi di sua ispezione. Palermo, 14 Gennaio 1799 Il Principe dei Luzzi”.

Non solo, Ferdinando ordina anche che venga impedito l’approdo di qualsiasi ”legno” in Sicilia: “Vuole il Re, che non si dia pratica a niun Bastimento che conduca passeggeri di qualunque Nazione, anche Napoletani, senza preventivo Real permesso. Di Real ordine lo partecipo a VS. perché ne disponga l’esatta e puntuale esecuzione. Palermo, 14 Gennaio 1799 Il Principe dei Luzzi“

È nello stesso periodo che l’Ammiraglio Nelson diventa cittadino onorario di Palermo e Duca di Bronte. Il 23 Febbraio 1799 il Senato di Palermo conferisce la cittadinanza a Lord Nelson “per mostrare la sua gratitudine a colui che aveva condotti sani e salvi dal porto di Napoli alle spiagge di Palermo gli Amabilissimi Sovrani con tutta l’Augusta famiglia reale.” Nelson ricevette il “privilegio di cittadinanza” scritto in pergamena con sigillo pendente, racchiuso in un cofano d’oro finemente cesellato ed il re, il 10 Ottobre 1799, concesse all’Ammiraglio anche la terra di Bronte con il titolo di Duca per sé, i suoi eredi e successori e la rendita di 18.000 ducati annui. Gli donò inoltre una spada ricca di diamanti incastonati, che Carlo III suo padre gli aveva lasciato in ricordo quando assunse la corona di Spagna. –

La Regina a sua volta donò all’amica di Nelson, Lady Hamilton, il suo ritratto in diamanti, pendente da una catena d’oro col motto: “Eterna gratitudine”. Furono ancora dati orologi, anelli e tabacchiere di gran pregio ai capitani Foote, Troubridge, Hardy, ecc. Dopo il ’48 e per molti anni, l’arsenale ebbe una destinazione non proprio esaltante. Venne adibito a carcere. Nel ’900, fino al 1941, fu assegnato alla Guardia di Finanza.

E dovette subire i bombardamenti dal mare e dal cielo. Oggi l’Arsenale di Palermo è l’unico arsenale siciliano esistente e di conseguenza l’unica testimonianza del Patrimonio Marittimo Siciliano legato alla costruzione di navi militari o mercantili. La disposizione attuale del museo comprende:

• la sezione storica

• la sezione fotografica

• la sezione delle tradizioni marinare

• la sezione dei modelli navali

• la sezione dei pirati barbareschi

• la sezione dei motori marini FIAT

Un’altra importante attività è la divulgazione della Cultura del Mare nelle scuole pubbliche e l’organizzazione di convegni per la promozione e lo sviluppo delle aziende legate al mare.


Lions Club Mediterranea Palermo
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