Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

** I PUPI SICILIANI Scuola Media Statale “G. Carducci” Catania

Dirigente Scolastico: Maria Ausilia Mastrandrea

Scritto dagli alunni della III A

Dietro ai pupi siciliani che si muovono grazie all’abilità dei loro manovratori c’è tutto un microcosmo, rappresentato in scena con forza, patos e grande partecipazione, e nel quale non mancano le rivendicazioni per conquiste ritenute giuste sotto il profilo sociale, economico e politico. Nel tempo “l’anima dei pupi divenne infatti l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni di giustizia di una classe sociale”. Le nostre radici possono seguire, con tenacia e forza, percorsi difficili ed oscuri e partendo da piccoli spazi come i palcoscenici dell’opera dei pupi, giungere ai grandi spazi delle conquiste sociali. (G. Catanzaro e Z. Navarra)

 

STORIA:

L’opera dei pupi, storicamente, nasce come rappresentazione degli scontri tra cavalieri e Mori ed ebbe un notevole successo in Sicilia a partire dal XIX secolo.

I pupi siciliani nati verso la metà dell’800 costituiscono un particolare tipo di marionette. Sono costruiti con una struttura in legno ed ognuno ha una corazza diversa in base alla scuola di appartenenza (Catania, Palermo…).

Per secoli sono stati animati da pupari che, pur essendo analfabeti, conoscevano la “Chanson de Roland” e divertivano le classi umili e più tardi anche la borghesia. Fra le varie famiglie di pupari che hanno operato per generazioni, la più importante è quella dei Gargano di Messina.

 

L’OPERA DEI PUPI:

 

Si ha notizia che pupi con armature rudimentali esistevano già nell’800 in alcune città italiane come Roma, Napoli, Genova…, ma è in Sicilia che questi si evolvono per divenire il “pupo” che oggi conosciamo. La diffusione in un’area prettamente meridionale induce alcuni a sostenere la tesi di un’origine spagnola del teatro dei pupi, essendo il mezzogiorno fortemente influenzato, non solo politicamente ma anche culturalmente, dalla Spagna.

Purtroppo non si sa né per quale via né quando queste marionette siano arrivate in Italia. Già sul finire del ’700 comunque, a Napoli come a Palermo, troviamo marionette di vario genere che non erano però ancora veri “pupi”, essendo esse molto rudimentali, costruite per lo più con cartone e stagnola. Di vero e proprio pupo quindi si inizia a parlare intorno alla metà dell’800, quando la bravura e l’intuizione degli artigiani siciliani fanno compiere un salto di qualità a quel rozzo pezzo di legno e stoffa.

Si cominciò a ricoprire il pupo con armature di metallo lavorato, arricchite da cesellature, sbalzi ed arabeschi, e gli accorgimenti tecnici si fecero sempre più ricercati: il filo che comandava la mano destra del pupo venne sostituito da un’asta di ferro, così che l’oprante poteva far compiere al pupo azioni più precise come estrarre e riporre la spada nel fodero, abbracciare una dama, battersi il petto o la fronte con il pugno, abbassare la visiera dell’elmo… e contemporaneamente vennero cuciti vestiti, mantelli e gonnellini con stoffe sempre più belle e preziose.

Questo processo di sviluppo durerà fino ai giorni nostri, dando vita a pupi sempre più belli e raffinati e sviluppando parallelamente anche quei trucchi ed accorgimenti scenici atti ad una rappresentazione di alto livello artistico. Nel tempo l’interesse per il popolaresco e per le sue forme di vita spinse i dotti e la nuova classe borghese ad interessarsi a quello che si credeva fosse il vivaio più genuino delle patrie memorie, ed allora l’opra non fu soltanto un semplice passatempo, ma una cosa molto più seria, quando cioè, scrive Ettore Li Gotti, “l’anima dei pupi divenne l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni di giustizia di una classe sociale”.

Durante le rappresentazioni, gli opranti riuscirono ad infondere nell’animo dei pupi quell’espressione di sentimenti, giustizia e libertà di cui il popolo, e non solo il basso ceto, ma ancor più la borghesia ed il ceto dotto, si fece portatore nella Sicilia del primo ’900.

L’opera dei Pupi, quindi, ebbe anche valenza propagandistica e non è un caso se il pubblico dell’opera è lo stesso che aveva combattuto contro i Borboni per liberare la Sicilia dagli stranieri. Il popolo dunque trovò i suoi eroi nell’opera dei Pupi e nei racconti cavallereschi. Questo spiega anche l’attenzione e la costanza con cui il pubblico seguiva, sera dopo sera, storie ed avventure che si protraevano anche per diversi mesi.

La partecipazione del pubblico alla rappresentazione non era quindi passiva, ma si spingeva fino al coinvolgimento emotivo, applaudendo i paladini e fischiando i mori ed a volte lanciando oggetti contro il palcoscenico. Addirittura, in qualche caso, uno spettatore “esaltato” sparava vere e proprie revolverate contro il pupo “traditore”. È da ritenersi infondata l’ipotesi che il teatro dei pupi siciliani sia nato dall’importazione di alcune marionette napoletane in Sicilia per opera di Giovanni Grasso, perché già prima del 1860, anno in cui il Grasso ritornò nella nostra isola, l’esistenza dell’opra è documentata sia a Palermo che a Catania.

Tuttavia è da tenere presente che esiste una reciproca influenza tra l’esperienza napoletana e quella siciliana, ma ciò non significa che esista un solo nucleo originario.

Un ruolo determinante è stato quello del “cuntastorie”, che era una sorta di “puparo mancato”, cui solo le limitate possibilità finanziarie impedivano di allestire un teatro dei pupi, affidandosi così all’arte della parola, imparando tutte le regole della narrazione, divenendo negli anni un “cuntista”. Si trattava quasi sempre di povera gente, che viveva alla giornata e che non poteva permettersi di acquistare tutti gli attrezzi del mestiere per divenire puparo.

Egli offriva, nelle sue rappresentazioni, un comodo repertorio già in parte sceneggiato e dialogato. Storicamente il cuntastorie era un narratore che non utilizzava alcuno strumento musicale (usato molto tempo dopo dai cantastorie), ma usava modulare la voce con una tecnica tutta particolare, con regole precise di tempo, ritmo ed esposizione orale, che si tramandava di generazione in generazione.

Non importava se era analfabeta o ignorante…, la sua capacità era quella di apprendere e reinventare la vita usando forme epiche collaterali, derivate da motivi storici quali lo scontro tra cristiani e pagani, il ricordo cocente di lunghe lotte contro i pirati turchi, un forte sentimento religioso che contrappone il trionfo del bene alla mortificazione del male. Il teatro dei pupi siciliani nella seconda metà dell’ottocento, volendo mantenere la valenza epica, si è specializzato in questa direzione, ereditando tutto il patrimonio dei cuntastorie.

Nella prima metà dell’800 i marionettisti girovaghi rafforzano il carattere professionale del loro lavoro. Si organizzano a livello impresariale perfezionando le tecniche espressive allo scopo di richiamare un pubblico sempre più vasto.

Da allora la disponibilità degli artigiani a realizzare un pupo più elaborato ed il confluire nell’opra della tradizione epico-cavalleresca, grazie all’apporto di Giusto Lodico che realizzò un’opera in quattro volumi della storia dei paladini di Francia, (che ancora oggi rappresenta la base trainante dell’opra dei pupi), costituiscono i due poli di un rilancio del fenomeno in maniera più articolata.

L’opera dei pupi meraviglia ancora noi tutti, con la magnificenza delle armature, la vivacità delle vesti e dei pennacchi, i movimenti aggraziati e la varietà degli intrecci delle fantastiche storie cavalleresche e non, il gusto della spettacolarità, le forti emozioni, il romanticismo popolaresco che queste marionette riescono ancora a dare.

Da sempre infatti l’Opera dei pupi ha voluto essere una sorta di metafora della vita: la battaglia dei cavalieri della Chanson de geste è stata definita “la più invisibile delle guerre invisibili”, perché quella da essi combattuta rappresenta prima di tutto la lotta interiore che ogni uomo deve affrontare per difendere i propri ideali senza lasciarsi sopraffare dalle mille tentazioni che la realtà gli propone e da quelle altrettanto pericolose che albergano in ciascuno di noi. Ciò contribuisce a spiegare il grande successo avuto dal teatro di figura siciliano, che ha saputo mettere in scena le più comuni passioni umane in modo semplice, accessibile a tutti, ma non per questo banale, capace di far riflettere e divertire nello stesso tempo, in un’atmosfera magica popolata da draghi, mostri, angeli e diavoli.

 

PUPI & PUPARI:

 

Dal 1975 il Museo Internazionale delle Marionette lavora per la conservazione e lo studio dell’Opera dei Pupi. La sede è assai suggestiva, a ridosso delle storiche mura cittadine, a due passi dal porto palermitano della Cala. Nel suo incanto sembra vegliata dai monumentali ficus magniolioides di Piazza Marina.

Al suo interno sono custoditi oltre 4.500 pezzi provenienti da tutto il mondo. Non soltanto pupi, ma anche marionette, burattini, attrezzature sceniche e cartelloni, tutti accuratamente fotografati ed invetrinati.

Protagonista è la “follia” della contaminazione tra burattini e marionette. Due percorsi ideali: FigurAzioni, dedicato al teatro di figura dei nostri “vicini di casa” europei, e NarrAzioni, che è invece dedicato a Palermo.

I Pupi catanesi e quelli palermitani sono differenti; quelli catanesi sono più grandi e pesano di più di quelli palermitani.

Gli eroi più amati dal pubblico sono: Orlando, Rinaldo e Ruggero. Non mancano le donne come: Bradamante, Angelica…

Vi sono anche degli intrecci d’amore fra Angelica e Medoro, Aldabella e Orlando.

I pupari animano i pupi e li rispettano. Non si può dire se sono stati gli uomini a fare grandi i pupi o i pupi a rendere grandi gli uomini.

Se un puparo non anima bene il pupo, il pubblico gli lancia i pomodori o fischi ed il puparo è costretto a ripetere la scena. I pupari si ispiravano alla Chanson de Roland. L’amore per i pupi è molto grande ed i nonni raccontavano ai nipoti le gesta di Orlando.

L’Unesco ha recentemente dichiarato il Teatro dei Pupi “Capolavoro del patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità”, attribuendo così per la prima volta un simile riconoscimento non a statue, a monumenti o a siti storici, ma ad una “tipica espressione della cultura popolare”. In tal modo i pupi sono stati inseriti nel patrimonio mondiale considerato degno di salvaguardia per far sì che non scompaia uno dei più originali prodotti della tradizione siciliana, ma anche dell’artigianato isolano, che con passione e dedizione ha saputo trasformare questi pupazzi in vere e proprie opere d’arte.

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