Sicilia l'Isola da amare
anche attraverso il recupero della memoria storica delle nostre radici

* “OCCHIO DI MACCALUBE” I vulcanelli metaniferi di Aragona (AG) di Giovanna Buscemi

Lions Club Zolfare Presidente: Giovanni Morreale

 

Come dall’occhio delle “Maccalube” di Aragona con vigore rivedono la luce fango, gas e pezzi di creta… così la nostra storia e le nostre tradizioni prepotentemente riemergono e si manifestano, più o meno palesemente, attraverso il nostro dire, il nostro pensare, il nostro stesso sentire “da siciliani”… Esse sono il nostro “magma interiore” che modella, ed incessantemente ricrea, i solchi della memoria che sono anche della nostra anima.(G. Catanzaro e Z. Navarra)


Ad Aragona, a 4 km a SO del centro abitato ed a 15 Km a N di Agrigento, su un altipiano che si presenta come una landa brulla ricoperta da una coltre di marne cineree e al quale fanno corona il monte di Businé di Raffadali, il monte San Marco, la collina di Belvedere e il monte San Vincenzo, è attivo un fenomeno di pseudo-vulcanesimo “maccalube”, meglio conosciuto come “Occhio di Maccalube”, appellativo derivante dalla forma circolare della collina e dal colore biancastro che ha per la maggior parte dell’anno.

Le “Maccalube sono in attività da più di 2500 anni e da sempre hanno suscitato curiosità ed interesse, ed hanno alimentato la fantasia popolare, facendo nascere attorno a sé alcune credenze e leggende.

Il filosofo greco Platone ne parla nel “Fedone”; Plinio il Vecchio in “Naturalis Historia”. L’antico scrittore latino, geografo Solino, vissuto probabilmente intorno al 230 d.C., nella “Polystor”, così sriveva: “In un laghetto di Agrigento spunta a galla una sostanza oleosa”….”Lo stesso luogo di Agrigento fa uscire dal suo interno con impeto zampilli pieni di terriccio, e come le sorgenti sono capaci di alimentare i ruscelli così, non perdendo mai vigore, il suolo in questa parte della Sicilia manda fuori terra vomitando eternamente”.

Alla fine del 1400, Tommaso Fazello, nel “De Mirabilys Siciliae”, definisce le Maccalube “cosa degna di meraviglia”, riferendosi alle “novità” e ai cambiamenti apportati dall’eruzione.

Nel 1700 Deodat De Dolomieu fa un’efficace descrizione dell’eruzione: “Scosse di terremoto violentissime, che si fanno sentire a due tre miglia di lontananza sono seguite da un rombo di tuono sordo e sotterraneo, quindi hanno luogo numerose eruzioni che lanciano in aria terra, fango e argilla liquida unita a sassi…”.

Guy de Maupassant in “Viaggio in Sicilia” paragona i vulcanelli a “pustole, a una mostruosa malattia della natura, …ad un’orribile suppurazione del suolo, …lanciano a volte pietre a grande altezza e rumoreggiano stranamente emettendo dei gas. Sembrano brontolare, sporchi, vergognosi, piccoli vulcani bastardi e lebbrosi, ascessi scoppiati”.

Gastone Vuillier nel “De Sicilia” definisce i coni “schifose escrescenze di quel suolo gangrenato”.

Adolfo Holm, in “Storia della Sicilia nell’antichità”, scrive: “il vulcano di fango Maccaluba è una delle maggiori meraviglie naturali della Sicilia” e ci dà testimonianza di un’eruzione avvenuta nel 1777: “con un fragore cupo dapprima e poi simile a quello del tuono, si allargò l’apertura principale e gettò in alto fango e pezzi di creta”.

A partire dall’età rinascimentale viene indicato il toponimo di “Machaluba” derivante dall’arabo “Maqlub”, che significa capovolgimento del terreno. Attualmente il nome di Maccalube non è soltanto il toponimo delle manifestazioni eruttive di Aragona, ma di tutte quelle sparse nei vari continenti.

Periodicamente la collinetta delle Maccalube è sconvolta da eruzioni eruttive esplosive, accompagnate da boati, con espulsioni di materiale argilloso misto a gas ed acqua scagliato a notevole altezza e dovute alla pressione esercitata da ammassi di gas accumulatisi nel tempo al di sotto della sua superficie.

Molti ricordano ancora l’eruzione che si è verificata intorno alla metà di Aprile del 1995, così violenta da destare, in chi ha avuto la fortuna di assistere a questo spettacolo della natura, meraviglia e terrore nello stesso tempo.

Le zolle di terra, spinte dal gas, si alzavano a 20-30 m. di altezza ricadendo poi sul suolo, che alla fine dell’eruzione assumeva un aspetto completamente diverso.

La collinetta, solitamente biancastra, per la presenza di polvere di cristallo di calcite, appariva ora scura e il terreno, in genere compatto, a causa della fanghiglia argillosa che vi si deposita, somigliava a un terreno appena arato. Non sembrava più lo stesso posto; soltanto la presenza di alcune chiazze di fanghiglia da cui affioravano bollicine di gas faceva riconoscere il sito delle Maccalube. Un’altra eruzione di notevole entità si è verificata nel mese di luglio del 1998 ed altre ne sono susseguite, con una cadenza periodica di circa tre-cinque anni, ridotta rispetto ai periodi precedenti (sette anni).

L’«Occhio di Maccalube», per la sua importanza e notorietà, oggi è diventato meta di studiosi provenienti da ogni parte del mondo e luogo di richiamo per escursioni scolastiche a carattere scientifico; per la sua valenza naturale e culturale è stato riconosciuto “Riserva naturale integrale”, gestita dalla Legambiente.

Maria Cristina Castellucci definisce le Maccalube “quasi un frammento di luna precipitato per caso”. Il vulcanologo Marcello Carapezza sostiene che “valgono quanto un tempio greco” e ci fornisce i dati geo-chimici sulla composizione dei gas presenti nelle Maccalube, che, come risulta dagli atti del Convegno tenutosi ad Aragona il 10 Aprile 1983, sono i seguenti: 97,7% metano 0,9% anidride carbonica 0,9% azoto 0,9% ossigeno più argon 0,2% ossido di carbonio 193 parti per un milione elio ed asserisce che “è inutile trivellare il terreno” perché il gas, nonostante sia presente in una percentuale così alta, non si troverebbe mai, in quanto è collocato a profondità veramente notevoli, circa dodici chilometri.

Il nostro concittadino Gino Ballo, accogliendo la definizione di Tommaso Fazello “De Mirabiliis Siciliae”, annovera le Maccalube tra le cose meravigliose e misteriose del mondo.

Altre maccalube sono attive in tutti i continenti. In Sicilia esse seguono una linea che passa tra Rocca Busandro e Cattolica Eraclea.

In provincia di Catania troviamo le Salinelle di Paternò e non molto distante da esse la salina del fiume Simeto; le sorgenti di Santa Venera e Santa Venerina presso Acireale; le salse di San Biagio e Fondachello presso Giarre e del Vallone del Parco presso Aidone; il lago di Naftia o dei Palici tra Mineo e Palagonia; non molto lontana dal lago dei Palici, la Vanchella.

Un altro gruppo di vulcani fangosi si trova nei pressi di Cianciana, Casteltermini, Comitini  “Occhio Bianco” Bivona, Cammarata e Lercara. Nelle vicinanze di Cattolica, in territorio Bissana, vi sono sorgenti fangose (in dialetto, “unni vuddi l’acqua”) dai caratteristici nomi “Abisso Grande” o “Occhio dell’Abisso”, “Abisso Piccolo” e “Zolfanella”, che si trova nel versante orientale del monte Sara, nella parte che dà nella Valle del fiume Platani.

In provincia di Caltanissetta si trovano le maccalube di “Terra Pilata” e lo “Xirbi” di Santa Caterina e alcune se ne trovano anche tra Mussomeli e Serra di Falco.

All’inizio del secolo, ad Aragona, oltre alle già note “Maccalube”, esistevano altre sorgenti idrofangose presso la montagna “Mintini” e in contrada “Castiglione”, ora scomparse.

Le “Maccalube” di Aragona hanno, però, un’attività più accentuata di tutte quelle su ricordate e un’estensione che non si trova in nessun’altra parte d’Italia; esse sono in attività da tantissimi secoli e -come si è già detto- sono conosciute sin dai tempi antichi, tanto che il loro toponimo è stato usato per indicare il fenomeno in generale.

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